Bologna. La sera del 23 dicembre 1984 le tv private di Bologna trasmettevano in differita la partita di basket della Fortitudo, quando all’improvviso cominciarono a scorrere le didascalie sullo schermo che riferivano di un treno esploso in una galleria nel comune di San Benedetto Val di Sambro. Nessun incidente, ma purtroppo il risultato di una strage organizzata e premeditata che causerà la morte di sedici persone e oltre 260 feriti. Una bomba, collocata in un vagone di seconda classe, esplose alle 19.08, ma la notizia arrivò solo dopo un ora e mezza nella stazione di San Benedetto poiché i cavi elettrici furono tranciati dall’esplosione.
Il treno Rapido 904 partì alle ore 12.55 dal binario 11 della Stazione di Napoli centrale, diretto a Milano. Era stracolmo di gente che si spostava per le festività natalizie. Non arrivò mai a destinazione. Fu fatto saltare in aria da una terrificante deflagrazione alle ore 19.08. Un carico di esplosivo del peso di 12/16 kg, composto da pentrite, T4, nitroglicerina e tritolo, posto nella nona carrozza di II classe, fu fatto esplodere con un radiocomandato sotto la grande galleria appenninica tra le stazioni di Vernio e San Benedetto Val di Sambro.
In primo e in secondo grado la magistratura, in base alle risultanze raccolte dagli inquirenti, condanna all’ergastolo Pippò Calò, esponente di primo piano della mafia, ed i suoi uomini per l’esecuzione materiale del reato di Strage, mentre un’accertata collaborazione con elementi di spicco della camorra, quali Giuseppe Misso, porta nei suoi confronti ed in quelli dei suoi uomini pesanti condanne detentive.
La Cassazione ribalta queste decisioni ignorando tutto il castello accusatorio sostenuto dalle prove raccolte dagli inquirenti e per mano di Corrado Carnevale annulla la sentenza nei confronti di Calò e Misso, rinviando il giudizio ad altra sezione della Corte di Assise di Appello di Firenze. La Corte, riformando parzialmente la sentenza, condanna per strage Calò, ma assolve Misso, condannandolo solo per detenzione abusiva di esplosivo e riducendone la pena a tre anni. Alla fine di questo giudizio di rinvio, stranamente due figure chiave del processo, Galeota, braccio destro di Misso, e sua moglie, sono uccisi in un agguato.
Il 18 febbraio 1994 la Corte di Assise di Appello di Firenze concluse il giudizio anche per il parlamentare dell'Msi Massimo Abbatangelo, la cui posizione era stata stralciata dal processo principale. Abbatangelo fu assolto dal reato di strage, ma venne condannato a sei anni di reclusione per aver consegnato dell'esplosivo a Giuseppe Misso, nella primavera del 1984.
La Corte di Cassazione rigetta, successivamente, i ricorsi proposti dai familiari delle vittime contro la sentenza di secondo grado nei confronti di Abbatangelo, e li condanna al pagamento delle spese processuali.
Per i pubblici ministeri della direzione distrettuale antimafia, Paolo Itri e Sergio Amato, e per il procuratore aggiunto Sandro Pennasilico, la strage di Natale del 23 dicembre 1984 fu progettata da un intreccio tra camorra e mafia. E della solidità del quadro investigativo ne è convinto anche il gip Carlo Modestino, che ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare notificata pochi mesi fa in carcere al boss Toto Riina, il leader dei corleonesi accusato di essere il mandante di quella strage. Gli esecutori materiale della strage non sono mai stati identificati. (Giuliano Bugani)

Le vittime
Abramo Vastarella (28 anni)
Anna Maria Brandi (26 anni)
Carmine Moccia (31 anni)
Gioacchino Taglialatela (47 anni)
Federica Taglialatela (22 anni)
Lucia Cerrato (72 anni)
Valeria Moratello (22 anni)
Giovambattista Altobelli (51 anni)
Luisella Matarazzo (25 anni)
Maria Luigia Morini, imolese (45 anni)
Pier Francesco Leoni (23 anni)
Susanna Cavalli (22 anni)
Nicola De Simone (40 anni)
Angela Calvanese in De Simone (33 anni)
Giovanni De Simone (24 anni)
Anna De Simone (9 anni)