Vivere la fine dell’anno vecchio e l’inizio di quello nuovo in Romagna vuole dire assaporarlo in tutte le sue tradizioni, a forte valore simbolico, che avevano come obiettivo quello di assicurarsi l'abbondanza, il benessere e la felicità per l’intera festività dell’anno nascente. Il tutto si mostrava anche nella scelta dei cibi e di alcune usanze che dovevano contribuire ad assicurarsi un po’ di “benessere”. Per un 2012 che si annuncia già difficile prima di arrivare, potremmo provare a seguire la tradizione. Un po’ scaramanticamente, potrebbe funzionare… Nel passato i ceti più abbienti erano in grado di festeggiare anche il Capodanno con il “cenone” e le tavole erano imbandite con minestra di lenticchie – che sono foriere di benessere economico – cotechino e dolci quali la zuppa inglese (che di inglese ha solo il nome). Non mancava la ciambella da sposare con vino, che ritroviamo nei pranzi del primo dell’anno. Elemento essenziale a fine pasto l’uva, obbligatori 12 chicchi, vero cibo propiziatorio che racchiude in sé la forza rigenerativa dei semi e della polpa, capace nel magico processo fermentativo di cambiare essenza e di arricchirsi da se trasformandosi in vino. Simbolo rituale nel passaggio dell’anno, “dovrebbe” favorire la ricchezza e il guadagno. Non servirà però, poiché è anche piacevole, consiglio di mangiarne visti i anche chiari di luna. La maggioranza della popolazione, contadini e braccianti, limitava i festeggiamenti al pranzo del 1° gennaio con un menù che si presentava con il piatto forte di questa terra: i passatelli. Rigorosamente in brodo, di carne nell’entroterra, di pesce sulla costa, in base alle possibilità erano fatti solamente con il pangrattato oppure arricchiti con formaggi fatti in casa. Con il diffondersi del benessere economico si è virato all’utilizzo del parmigiano grattugiato. Completano la ricetta uova e noce moscata (alcuni mettevano la scorza di limone). Il brodo era insaporito con midollo di bue, a volte inserito anche nell’impasto, muscolo, rigata, osso di stinco ed eventualmente lingua, parti di gallina o oca. In alternativa poteva esserci una prevalenza di carne di “bassa macelleria”, con aggiunta di carote, sedano e, a volte, cipolla. E’ solo dagli anni ’60 che è aggiunta anche la “forma” (la buccia del parmigiano), servita poi come contorno unitamente a tutti gli altri prodotti rimanenti dalla bollitura del brodo. Per insaporire ulteriormente il brodo e i passatelli, una volta serviti, era usanza mettere un cucchiaio di Sangiovese, a testimonianza del forte legame che la Romagna ha sempre avuto con il vino. La minestra che poteva sostituire i passatelli in questo giorno erano le lasagne verdi alla romagnola. Anche questo un piatto che, per ricchezza d’ingredienti, voleva essere di buon auspicio per un anno di abbondanza. In Romagna l’inizio anno si viveva poi nel principio dell'analogia e del contrasto, si diceva, infatti, in dialetto, che “bisognava fare un poco di tutti i lavori perché cosi, andavano a riuscire tutti bene”. Un altro simbolo positivo in quel giorno era dato dall’incontro come prima persona di un uomo, ancor migliore se benestante. Non me ne vogliano le donne, ma, la tradizione è questa, d’altronde sacro e profano da sempre s’intrecciano in questa terra anarchica, repubblicana e socialista. (Pierangelo Raffini)