“Secondo me l’italiano medio non conosce tutta questa situazione che devono vivere i giovani di seconda generazione”, dice Fair, nel documentario di Fred Korn “18 jus soli. Il diritto di essere italiani”.
Fakir fa appello ad un senso di realtà e, assieme, mostra di avere fiducia nel buon senso e nella capacità di immedesimazione degli italiani. E’ un fatto che moltissime persone intervistate ed interpellate sull’argomento sono sorprese di apprendere che chi nasce in Italia non sia italiano: al di là di come la pensino politicamente, il senso comune (ovvero, in questo caso, l’ignoranza della legge) ci porta a credere logico e “normale” che chi nasce in un Paese, specie se non nasce in questo Paese a caso, ma da persone che in questo Paese hanno scelto di vivere, di lavorare e quindi, probabilmente di morire – anche grazie al fatto che i propri figli sono e saranno italiani – sia cittadino di questo Paese.
Ma la realtà è diversa.

La lettera aperta del centrodestra imolese definisce l’approvazione da parte della maggioranza del consiglio comunale di Imola dell’odg, che caldeggia l’introduzione, in Italia, dello jus soli (il diritto di essere cittadini del nostro paese a partire dal luogo nel quale si nasce e non dalla discendenza di sangue), una scelta “in linea della più assurda demagogia, senza riflettere sulle implicazioni pratiche”.
Quindi risponderemo che quello che spinge moltissime associazioni, soggetti sociali (partiti, sindacati), singole persone, rappresentanti delle Istituzioni, ecc., a caldeggiare l’introduzione dello jus soli nel nostro Paese, è, esattamente, la considerazione molto pratica che la realtà che il nostro Paese vive e che, secondo le linee di tendenza, vivrà, richiede nuovi strumenti legislativi.
Nel 2065 il 25% degli italiani sarà di origine straniera, e un terzo delle persone in età lavorativa avrà la stessa provenienza. La questione integrazione diventa rilevante. Questa la prospettiva disegnata dall’ultimo rapporto Istat, dalla quale emerge un futuro demografico che vede un progressivo aumento degli stranieri in Italia dovuto sia alla diminuzione dei figli degli italiani che all’aumento dell’immigrazione. La popolazione straniera, infatti, tra 50 anni passerà dagli attuali 4,6 milioni a 14,1.
Secondo il decreto legislativo n. 91 del 5 febbraio 1992 i figli di immigrati nati in Italia non sono italiani ma al raggiungimento della maggiore età hanno un anno di tempo per richiedere il riconoscimento della cittadinanza. Se tutto fila liscio dopo essere stati considerati stranieri per più di 18 anni diventano finalmente italiani. Molto spesso però le cose si complicano perché la legge prevede che si dimostri la residenza continuativa nel Paese per 18 anni, cosa che non sempre è possibile. Questo significa che nel momento in cui si verifica un problema burocratico per cui la richiesta non viene accettata, un persona di fatto italiana rischia di diventare clandestina nel suo paese ed di dover tornare nel paese da cui provengono i propri genitori. Si calcola che oggi siano circa un milione i ragazzi della seconda generazione e che il loro numero aumenterà nei prossimi anni. Per questo una modifica della legge è ormai necessaria.
In settembre sono stati depositati in Cassazione i testi delle due leggi di iniziativa popolare sottoscritti dalle organizzazioni che hanno promosso la campagna “L’Italia sono anch’io” per i diritti di cittadinanza e di voto delle persone di origine straniera. Primo firmatario è il sindaco di Reggio Emilia.

Le due proposte di legge assegnano un ruolo di primario rilievo allo jus soli. La cittadinanza viene a definirsi come diritto soggettivo e legittima aspirazione delle persone a partecipare a pieno titolo alla vita della comunità, dopo un periodo di soggiorno legale sul territorio. Mentre attraverso il riconoscimento del diritto di voto amministrativo per chi risiede per un periodo congruo (cinque anni), si elimina un’ingiustizia che rischia di minare sempre più il principio del suffragio universale a livello territoriale, impedendo a milioni di persone di partecipare pienamente alla vita della comunità nella quale risiedono.
L’attuale legge sulla cittadinanza prevede tre possibilità per gli stranieri: la cittadinanza per nascita, per naturalizzazione, per matrimonio.
La proposta di legge della campagna “l’Italia sono anch’io” introduce, appunto, lo jus soli: sono cittadini italiani i nati in Italia che abbiano almeno un genitore legalmente soggiornante, il quale ne faccia richiesta. In secondo luogo, prevede che siano italiani i nati da genitori nati in Italia, a prescindere dalla condizione giuridica di questi ultimi: un principio che va a risolvere situazioni paradossali di bambini che nascono da adulti nati in Italia, ma non italiani, riproducendo una condizione di limbo. Si prevede inoltre che possano diventare italiani con la maggiore età, se ne fanno richiesta entro due anni, i bambini nati in Italia da genitori privi di titolo di soggiorno o entrati in Italia entro il decimo anno di età, che vi abbiano soggiornato legalmente. Inoltre, su richiesta dei genitori, diventano cittadini italiani i minori che hanno frequentato un corso d’istruzione. Per gli adulti si propone di impegnare i sindaci, come vertici delle istituzioni più vicine ai cittadini, nella presentazione al Presidente della Repubblica dell’istanza di cittadinanza. La domanda inoltre può venire presentata da uno straniero legalmente soggiornante da cinque anni (anziché dieci).
Infine mettendo in atto un principio contenuto nella Convenzione di Strasburgo del 1992, che l’Italia non aveva ratificato alla lettera C, si propone che il diritto di elettorato attivo e passivo nelle elezioni comunali, provinciali, concernenti le città metropolitane e le Regioni è garantito anche a chi non sia cittadino italiano, quando abbia maturato cinque anni di regolare soggiorno in Italia.

Il numero dei cittadini stranieri che ottiene ogni anno la cittadinanza italiana è ancora molto limitato e lontano dalla media europea, seppure in crescita.
Nell’ultimo decennio, confrontando il numero di acquisizioni di cittadinanza e il numero totale dei residenti stranieri, risulta che solo una persona straniera su 100 (per un totale di 260mila) ha acquisito la cittadinanza italiana.
Il rapporto Eurostat relativo al 2009, ha evidenziato come nell’Europa dei 27 l’acquisizione di cittadinanza sia in aumento: nel 2009 sono state 776mila le persone che hanno acquisito la cittadinanza negli stati membri, contro le 699mila del 2008.
Confrontando il numero di cittadinanze assegnate con il numero dei residenti stranieri dei Paesi, le percentuali più alte sono state raggiunte in Portogallo (5,8 cittadinanze ogni cento stranieri), Svezia (5,3), Regno Unito (4,5). La media europea è del 2,4 e l’Italia è al di sotto, con l’1,5.
Nel rapporto con la popolazione residente, le percentuali più alte sono state raggiunte in Lussemburgo (8,1 cittadinanze ogni mille abitanti), Cipro, Regno Unito e Svezia. La media europea è di 2,4 cittadinanze ogni mille abitanti: per l’Italia il rapporto è di uno a mille.

Sulla situazione italiana possono essere utili tre osservazioni. La legge 91 del 1992 è una delle più rigide in Europa, in particolare per i minori nati in Italia, che sono oggi circa 600mila: potranno fare domanda solo dopo il compimento del diciottesimo anno di età (entro un anno dal compimento) e dimostrare la continuità del soggiorno regolare in Italia, sin dalla nascita.
Con la legge 94/2009 (il “pacchetto sicurezza”) la richiesta di cittadinanza per matrimonio non è più possibile dopo sei mesi, ma dopo due anni dalle nozze; provvedimento giusto che tuttavia ha fatto sì che negli ultimi due anni per la prima volta le richieste per matrimonio fossero superate da quelle per cittadinanza, che prevedono dieci anni di residenza in Italia.
Non si può fare a meno di notare che le lentezze procedurali spesso segnalate da cittadini stranieri sono tutt’altro che superate: lo stesso sito del ministero dell’Interno comunica che al 31 dicembre 2010 erano oltre 146mila le istanze in itinere, cioè domande che attendono da due o tre anni di essere esaminate.
I testi di riforma giacenti in Parlamento sono peraltro numerosi e la legislazione europea tende verso i cinque anni di residenza per l’accesso alla cittadinanza.

In Europa oggi lo ius sanguinis è il criterio più diffuso, con la rilevante eccezione della Francia, dove vige lo ius soli fin dal 1515. Gli Stati che lo adottano intendono innanzitutto favorire il mantenimento di saldi legami culturali con chi discende da emigrati. Dunque non necessariamente l’adozione di questo criterio implica una chiusura netta verso gli immigrati e le generazioni successive. Le leggi comunque cambiano per ogni Stato. Chi nasce in Austria da genitori privi di cittadinanza austriaca può chiedere di ottenerla solo attraverso l’iter che segue ogni immigrato, cioè dimostrare di aver risieduto sul territorio negli ultimi dieci anni. Per la legge greca sono cittadini i figli di greci anche se nati all’estero, invece chi nasce in Grecia da genitori stranieri e vi risiede può ottenere la cittadinanza per naturalizzazione ma non è tenuto a dimostrare, come chi immigra nel Paese, di avervi risieduto per almeno dieci anni. Anche in Spagna l’adozione dello ius sanguinis non impedisce di facilitare il percorso a chi vi è nato. Basta dimostrare di avervi risieduto un anno. Più semplicemente in Belgio chi nasce da genitori stranieri può presentare una dichiarazione di nazionalità belga tra i 18 e i 30 anni di età.

L’Irlanda è uno dei pochi Stati in cui vige lo ius soli. Fino al 31 dicembre 2004 chiunque nascesse in territorio irlandese ne otteneva la cittadinanza. I flussi migratori che hanno interessato il Paese negli ultimi anni hanno indotto l’Irlanda a ridefinire la norma. Per questa ragione oggi la legge non concede la cittadinanza alla nascita ai figli di persone che ne sono sprovviste, tuttavia in questi casi per ottenerla è sufficiente una formale richiesta. Ogni Stato europeo ha una specifica regolamentazione e quindi affronta in modo diverso il rapporto con le seconde generazioni.
Dietro le leggi ci sono delle persone sulle cui vite le leggi hanno effetti e conseguenze e le proposte di legge in oggetto si basano sulla realtà italiana attuale e sulla concreta realtà dei ragazzi della cosiddetta seconda generazione.
Semplificare i percorsi di cittadinanza è uno degli elementi per consentire un’effettiva integrazione sociale dei quasi cinque milioni di stranieri che oggi vivono e lavorano nel nostro paese.
Rimanere ancorati alla normativa di vent’anni fa significherebbe al contrario lasciar crescere i germi dell’esclusione e del risentimento.

Quale miglior occasione per comprendere nel modo migliore che le celebrazioni del centocinquantesimo dell’Unità d’Italia si devono nutrire di un nuovo concetto di coesione sociale?
Naturalmente si può sempre scegliere di non calarsi nella realtà. Ma questa non dovrebbe essere in alcun modo una tentazione per amministratori e politici.
Questo è il nostro augurio, non solo per il prossimo 2012.