Ozzano Emilia (Bo). Esistono edifici che da soli sono in grado di raccontare storie che durano millenni. Storie di guarnigioni romane che marciano sull’antica Flaminia Minor, storie di barbari che dilagano in pianura padana e portano alla nascita della cultura moderna, storie di antichi ordini monastici che preservarono l’identità classica dall’oblio. E poi ancora guerre, carestie, epidemie, liberazioni, oppressioni, bombardamenti, periodi di splendore e periodi di incredibile decadenza. Tutte queste storie, tutti questi eventi che hanno plasmato la nostra Cultura e la nostra Identità, sono narrate da alcuni edifici che hanno attraversato indenni tutta questa Storia per arrivare fino a noi e raccontarci chi siamo e da dove veniamo. Ad una condizione: che ci sia ancora qualcuno che voglia e sappia ascoltare questo racconto. E soprattutto che ci sia qualcuno a preservare questo racconto e il “libro” su cui il racconto è stato scritto.
Uno di questi edifici è senza dubbio l’antichissima Pieve di Pastino, sulle colline di Ozzano verso Settefonti, a pochi chilometri dall’antica città romana di Claterna (una sorta di Pompei in salsa emiliana, in larga parte ancora da scoprire). La storia della Pieve (ossia chiesa dotata di un fonte battesimale) si perdono nella notte dei tempi. Secondo alcuni storici la pieve sorgerebbe addirittura sui resti di un antico tempio pagano romano poi riconvertito in chiesa. Quello che è certo è che i primi documenti che parlano di questa pieve risalgono al 1027.
Una storia quindi più che millenaria, una storia che pur in mezzo a tutti gli eventi storici dell’ultimo millennio è riuscita a sopravvivere e a preservare la sua identità e la sua Storia. Ha resistito a tutto ma non agli ultimi decenni, decenni di abbandono e di inaccettabili violenze. Dell’antica e gloriosa Pieve oggi non rimangono che silenziosi ruderi pericolanti, pietre ricche di storia che a stento riescono ancora a contrastare la forza di gravità. Resistenza al crollo che nei secoli è stata garantita dalle cure dell’uomo, un uomo che oggi guidato solo da profitto e rendite, non si cura più di beni che hanno mille e più valori ma non quello oggi più importante: profitti facili ed immediati.
Così la chiesa cinquecentesca nata sulla cripta medievale oggi completamente interrata (e così fortunatamente protetta dai numerosi predoni che si aggirano nella zona in cerca di cimeli), presenta una grave crepa strutturale lungo la facciata e solo i puntelli della Sovraintendenza ne stanno prolungando l’agonia. Alle spalle della chiesa un altro edificio, costruito con mattoni di origine romana e pietre scolpite provenienti dall’antico monastero che sorgeva nelle adiacenze della chiesa. Sulla facciata un bassorilievo ceramico raffigurante un vescovo è stato preso a sassate e rappresenta la prova più tangibile del male che affligge questo luogo: la stupidità.
Fortunatamente, nella più totale incuranza riservata a questa Pieve, vi sono persone che si sono impegnate negli ultimi anni per proteggere questo importante luogo. Ed è nato anche un gruppo, Salviamo la Pieve di Pastino, a cui è possibile unirsi su Facebook per seguire gli eventi nei quali la Pieve, in questi giorni, si trova coinvolta. Il gruppo nasce dalla passione di alcune associazioni culturali della zona, da alcuni esponenti della Sovraintendenza di Bologna e dalla passione di alcune archeologhe dell’università di Bologna
Nelle ultime settimane la storia di abbandono della Pieve, le sue vicende politico-istituzionali sono balzati agli onori della cronaca locale, grazie anche ad una “Occupazione culturale” organizzata all’interno del movimento nazionale “Giornate di occupazione culturale”. La Pieve, grazie anche a questa iniziativa, sembra in parte essere uscita dal pericoloso oblio in cui era caduta. La storia del recupero tuttavia, nonostante il recente interessamento della Fondazione Carisbo, è lungi dall’essere risolta.
L’importante ora è evitare che torni l’oblio su questo luogo così ricco di storia. La salvezza di questa pieve è una battaglia di civiltà in tempi di decadenza politica, morale ed economica. Salvare la pieve vuol dire salvare la cultura, riconoscendo in essa un volano di crescita sociale ed economica. La cultura crea cultura, e la cultura oltre ad arricchire le persone si può talvolta vendere, esportare fino in Cina, può trasformarsi in forme e prodotti del tutto imprevedibili. Salvare la Pieve di Pastino, come le altre decine di beni architettonici e storici oggi in abbandono nel nostro territorio, equivale ad una piccola finanziaria per aiutare una Società ed un’Economia in crisi ad uscire dalla stagnazione in cui si trova. Perché, come scriveva Marcel Proust, “la vera terra dei barbari non è quella che non ha mai conosciuto l’arte, ma quella che, disseminata di capolavori, non sa né apprezzarli né conservarli” . (Denis Grasso)