Control + C (copia) e Control + V (incolla) sono, da dicembre, simboli religiosi, almeno in Svezia. Il Kammarkollegiet, che si occupa della registrazione di culti religiosi, ha riconosciuto la Chiesa del P2P (sigla di peer-to-peer) nota come Kopimismo dall’inglese “copy me”, che in italiano si traduce appunto copiami: un culto religioso basato sulla libertà di copiare e condividere, fondato l’anno scorso da Isak Gerson e diffusosi su Internet, che oggi registra 3mila fedeli.
Il tema del diritto a copiare (o all’opposto della caccia ai pirati) è interessante ma la questione più sorprendente è lo sviluppo delle religioni su Internet.
Fra i casi recenti il Pastafarianesimo, inventato da Bobby Henderson che venera il Prodigioso Spaghetto Volante per protestare contro l’insegnamento del Creazionismo nelle scuole statunitensi. In apparenza ridicola la vicenda dell’austriaco Niko Alm che pochi mesi fa ha ottenuto dalle autorità di Vienna il riconoscimento a indossare uno scolapasta in testa – anche sulla carta d’identità – come simbolo della sua religione. In rete ci sono i video di Kanton Tipton di Grenada (Mississippi) che ha 4 anni e da tempo predica il Vangelo. Nel 2009, il sito irlandese CountMeOut.ie ha fatto discutere offrendo istruzioni per abbandonare la Chiesa cattolica, subito imitato da gruppi che consigliano modi veloci per uscire dall’ebraismo o dall’Islam. A dicembre 2011 un tribunale di New Delhi ha citato in giudizio Facebook, Google Yahoo e altre 19 società che operano su internet chiedendo di rimuovere immagini che potrebbero alimentare l’odio religioso. Navigando su www.al-islam.org e poi digitando a esempio it e matrimonio si scopre quanto sia vario (e polemico) l’universo delle tv e dei siti islamici che ragionano sui precetti religiosi fra Paesi d’origine e migrazioni.

Questioni molto diverse fra loro e complesse, come si vede, che chiamano in causa la libertà religiosa ma anche le trasformazioni della spiritualità al tempo del cyber-spazio.
Eppure sulle religioni della rete non esistono, almeno in Italia, ricerche o riflessioni organiche. Nel 2001 è stato pubblicato “Religioni on line” di Cristiana Ceci e Marco Restelli, guida che spazia fra Vaticano e New Age, fra buddismo e Raeliani. Ancora più interessante è “Pescatori di anime: nuovi culti e Internet” di Marco Merlini, uscito nel 1998. Se i dati sono invecchiati (su Internet tutto diventa obsoleto in pochi mesi se non giorni) l’analisi di Merlini resta validissima, quasi profetica, e anche il successo del Kopimismo conferma che la rete è in sè un potenziale nuovo fattore religioso.
Quale che sia la loro fede, i cyber-credenti seguono cerimonie al computer di casa, talvolta addobbato come un altare. Ma esistono tre diverse versioni di religione on-line, spiega Merlini. “A un polo, i teorizzatori del web come vetrina della fede: la presenza su Internet si riduce a un aspetto del marketing religioso”. Al polo opposto “gli adepti delle cyber-religioni: giurano sul potere mistico contenuto nelle dita su una tastiera e trovano l’anima nella rete”. In posizione intermedia “i seguaci delle confessioni connettive: sette e confessioni che utilizzano la telematica come rete di collegamento volta a creare e a mantenere la comunità spirituale”. Internet è l’organizzazione, il tempio.

Non sembrino stranezze – riflette Merlini – perchè “piazzarsi da soli davanti a un monitor, illuminati dalla sua luce, e comunicare tramite tastiera con una entità invisibile e lontana ha molto in comune con l’atto del pregare”. Del resto Arthur Clarke, scienziato e scrittore di fantascienza, aveva previsto che una tecnologia di massa ma senza retroterra scientifico sarebbe stato quasi indistinguibile dalla magia. O dalla religione.

(Il pezzo è tratto dal blog di Daniele Barbieri – http://danielebarbieri.wordpress.com/)