A sessant'anni dal gesto di dissenso con cui due deputati, Aldo Cucchi e Valdo Magnani, si dimisero dal Partito comunista italiano e presero le distanze dall'Unione Sovietica staliniana, la Biblioteca comunale dell'Archiginnasio di Bologna ha dedicato a quella che fu spregiativamente definita “eresia dei magnacucchi” una mostra (27 settembre – 15 ottobre, badigit.comune.bologna.it/mostre/magna cucchi/index.html) e un convegno (30 settembre – 1 ottobre).
Per ricordare quegli eventi pubblichiamo questo articolo per gentile concessione dell’autore Leraco Andalò e della rivista dell’IBC (Istituto per i Beni artistici, culturali e naturali della regione Emilia Romagna).

Quando seppe che il Primo Console stava per salire sul trono, in Beethoven svanì l'entusiasmo per la rivoluzione francese, si rese conto che Napoleone non era il liberatore delle genti e il nemico dei tiranni, ma era egli stesso un oppressore, e allora strappò la pagina che riportava il titolo della sua Eroica dedicata al Corso. Nel secolo scorso, dalla seconda metà degli anni Venti in poi, i dissidenti comunisti, nelle loro pubblicazioni, facevano dei paralleli tra la rivoluzione francese e la rivoluzione d'ottobre del 1917, citavano il Termidoro e gli aspetti bonapartisti di Stalin.

I comunisti dissenzienti, consapevoli della regressione autoritaria del regime sovietico, intendevano essere i difensori dell'ideale socialista contro la burocrazia stalinista e disputavano della vexata quaestio sulla natura economico-sociale dell'URSS: “Stato totalitario”? “Stato poliziesco burocratico”? “Capitalismo di Stato”? “Collettivismo burocratico”? Ma la “vulgata” di quelle puntigliose analisi fu rovinosamente travolta nel 1927, quando – molto prima dell'istituzione del Cominform – Stalin impose come prospettiva strategica la realizzazione del “socialismo in un solo paese”, una scelta che non lasciò spazio ai dissidenti.

Non si può non accennare che spesso in Occidente le testimonianze dei dissidenti in esilio si scontrarono con l'avversione di intellettuali che soggiacevano alla fascinazione ideologica del mito sovietico ed erano sostenitori acritici di quel regime.

Ha scritto Isaac Deutscher che gli ex comunisti si rassomigliavano molto e al tempo stesso erano diversi l'uno dall'altro. Se si parla di partiti comunisti, si deve tener conto che, con la divisione dell'Europa in due zone di influenza, nei paesi dell'Est i comunisti avevano conquistato il potere per la presenza dell'Armata rossa, nei paesi anglosassoni erano organizzazioni trascurabili, mentre in Italia il Partito comunista, per meriti acquisiti anzitutto con l'impegno antifascista e nella Resistenza, e successivamente per aver assimilato il riformismo pratico della tradizione socialista, era una forza politica di massa che faceva leva su oltre due milioni di iscritti. Nonostante ciò, il PCI guardava alla società sovietica come modello.

La “guerra fredda”, come è noto, non era soltanto antagonismo per le sfere di influenza, ma un conflitto strategico e ideologico per il futuro dell'Europa e del mondo. E se non divenne mai una “guerra calda” fu perché ci si rese conto che l'uso delle armi nucleari avrebbe portato a una catastrofe apocalittica per l'umanità.

Il 25 gennaio 1951, quando Stalin era all'apogeo della sua celebrità, due deputati del PCI, Valdo Magnani e Aldo Cucchi, si dimisero dal partito, che respinse le dimissioni e, oltre a espellerli, organizzò una campagna “con insulti e accuse tanto infamanti quanto inventate”. Il PCI, con il Partito socialista che allora era vincolato a esso dal “patto di unità d'azione”, imperversò contro i due deputati, definiti come rinnegati, traditori, complici e servi dei servizi di spionaggio americani, e tentò di isolarli dai loro amici e dai congiunti.

Chi erano Aldo Cucchi e Valdo Magnani? Ambedue originari di Reggio Emilia, si erano iscritti al Partito comunista nel 1936, quando erano studenti all'Università di Bologna, dove Magnani si laureò in Materie economiche e in Filosofia, Cucchi in Medicina. Giunse la guerra, furono arruolati nell'esercito: Magnani ottenne la medaglia di bronzo per l'attività svolta come partigiano in Jugoslavia, dove si trovava dopo l'8 settembre 1943; nel 1951 era deputato e segretario della Federazione comunista di Reggio Emilia. Cucchi era stato insignito della medaglia d'oro al valor militare, assegnata come comandante di brigate partigiane in montagna e a Bologna; nel 1951 era deputato, professore universitario e consigliere comunale di Bologna.

Ma quali furono i percorsi che portarono i due parlamentari a rinunciare a prospettive ancora più brillanti e ad affrontare difficoltà di ogni genere che colpirono anche i loro familiari? In un libro intitolato “Crisi di una generazione”, Magnani e Cucchi raccontarono perché erano entrati nel PCI e perché ne erano usciti. Cito alcuni brani:

“Entrammo nell'organizzazione del partito ricevendo pubblicazioni […]. La lettura dei testi ci trovò consenzienti. Nessuna informazione in nostro possesso, da fonte degna di fede, poteva contestare, per quanto riguarda la Storia, la narrazione ragionata che ci era offerta”.

“Ma i fatti reali battono continuamente alla coscienza degli uomini e hanno battuto anche alla nostra”.

“La nostra esperienza di antifascisti, di socialisti della antica tradizione emiliana e italiana, di comunisti dell'epoca dei ‘Fronti’, di partigiani, di comunisti attivi della politica della Democrazia progressiva, era arrivata dalla critica all'involuzione della vita del partito, alla prova ultima: l'apprendimento della realtà e della politica sovietica in questo dopoguerra. Il cerchio era chiuso. Il distacco era un dovere”. (1)

Il primo “strappo” avvenne al congresso della Federazione del PCI di Reggio Emilia (19-21 gennaio 1951), quando Valdo Magnani, dopo aver svolto la relazione nella veste di segretario, come semplice iscritto presentò un ordine del giorno in cui, pur dicendo che non riteneva possibile un'invasione da parte dell'esercito sovietico, sosteneva che in Italia la società socialista doveva essere realizzata soltanto dalle “forze e dalle capacità della classe operaia italiana”. Il documento di Magnani suscitò un trambusto fra i dirigenti e non fu nemmeno messo in discussione, perché ritenuto dannoso.

Un paio di giorni dopo, Magnani si incontrò a Roma con l'amico e compagno Aldo Cucchi: “precipitò una crisi analoga” e tutti e due si dimisero. Il 30 gennaio, sull'Unità, venne pubblicato un comunicato ufficiale del PCI dal titolo “Due traditori”, ove Magnani e Cucchi venivano definiti come dei “rinnegati senza principi, nemici della classe operaia e del Partito e strumenti e nemici del comunismo, dell'Unione Sovietica […]”.

Alla campagna di insulti i due deputati risposero illustrando le loro tesi. Cito da un'intervista all'ANSA del 10 febbraio 1951:  
Pensate quindi di costituire un nuovo partito? “Non si tratta oggi di costituire altri partiti né di spezzare l'unità operaia negli organismi aventi finalità economiche e sociali. I militanti più coscienti del PCI, gli elementi autonomisti del PSI, i socialisti del PSU e l'enorme numero dei lavoratori che non si sentono più rappresentati da nessun partito di sinistra sentono le nostre stesse esigenze. Si tratta ora di facilitare contatti e discussioni. Si è perciò costituito un Comitato d'azione per l'Unità e l'indipendenza del movimento operaio in Italia”. (2)

Il 19 marzo dettero alle stampe un manifesto-programmatico e tentarono di uscire dall'isolamento attraverso vari incontri. Nei primi mesi fu loro “compagno di strada” Ignazio Silone. Nel maggio 1951 si raccolsero a Roma dissidenti di diverse provenienze politiche: dal PCI, Valdo Magnani, Aldo Cucchi e Riccardo Cocconi; da correnti socialiste, Lucio Libertini, Giuliano Pischel, Vera Lombardi e Vito Scarongella già del Partito d'azione. I convenuti conclusero che “se si voleva continuare a lottare per la causa dei lavoratori occorreva mettersi al lavoro per realizzare innanzitutto l'unificazione di tutti i socialisti sulla base dell'autonomia sia dai partiti borghesi sia dai comunisti”. (3)

Fu così che in quella riunione si costituì il Movimento lavoratori italiani (MLI), con una trentina di aderenti sparsi in tutta Italia. Spregiativamente, quei pochi coraggiosi sostenitori del movimento dei socialisti indipendenti, vennero chiamati “magnacucchi”.

Inoltre, in quell'incontro romano si decise di dare vita al settimanale “Risorgimento Socialista”, che iniziò le sue pubblicazioni il 16 giugno 1951 e dopo pochi mesi stabilizzò la tiratura in 8-9.000 copie, di cui 2.000 distribuite in abbonamento. “Risorgimento Socialista” non fu soltanto il giornale di informazione e di supporto al movimento dei magnacucchi, ma una tribuna di ricerca e di confronto. Era illustrato dalle fulgenti vignette di Giam (Ugo Giammusso) ed ebbe tra i collaboratori personalità dei partiti della sinistra europea, tra i quali Aneurin Bevan, leader della sinistra laburista inglese. Tra gli italiani che scrissero su “Risorgimento Socialista” vi furono non pochi uomini di cultura e del giornalismo (che firmavano spesso con pseudonimi).

In quel contesto, in un clima inquietante per i riscontri che aveva in Italia la “guerra fredda”, il MLI riuscì a crescere nel Paese a macchia di leopardo e a essere presente con comitati provinciali e singole adesioni in tutte le regioni, tranne la Sardegna e la Val d'Aosta.

Da quanto fin qui esposto è evidente che, in un confronto ideale, il modo di essere di Magnani e Cucchi e dell'intero MLI si differenziava radicalmente dagli “eretici” comunisti e socialisti che avevano fatto parte e poi troncato con organizzazioni staliniste. In concreto, la linea politica dei magnacucchi – che trovò dei riscontri positivi anche nel terzaforzismo di intellettuali non socialisti – non si limitò alla pubblicazione di libri e articoli, ma si sviluppò nell'azione politica quotidiana.

A tal proposito, quando l'ex comunista Bruno Rizzi, autore della Burocratisation du monde, scrisse come simpatizzante una lettera a “Risorgimento Socialista” nella quale criticava la partecipazione del MLI alle elezioni amministrative – “Avete preferito invece sprecare energie e gli scarsi mezzi di cui disponevate [mentre il ruolo del MLI] deve essere ancora per qualche tempo quello più modesto, ma assai più efficace, dell'arbitro e del critico […], deve evitare di cadere nell'opportunismo elettoralistico” – la risposta del settimanale fu assai netta: “I compagni che hanno dato il loro nome alle liste socialiste indipendenti, certi di non essere eletti e consapevoli di esporre comunque a repentaglio il loro modesto prestigio personale per una idea, hanno mostrato il più grande disinteresse e coraggio politico […] le più giuste critiche e i più saggi consigli di chi rimane estraneo alla lotta contano zero in politica, poiché nella politica non hanno diritto di cittadinanza i profeti disarmati […]. Se, per un caso fortunato, una forza socialista già organizzata dovesse affermare praticamente la sua indipendenza dai blocchi contrapposti, noi saremmo pronti a sciogliere il nostro movimento perché considereremmo raggiunto l'obiettivo essenziale della nostra lotta”. (4)

Al congresso nazionale del MLI, che si tenne a Milano il 28 e 29 marzo 1953, aderirono al movimento un cospicuo numero di socialisti autonomisti dimessisi (o espulsi) dal PSI, il cui massimo esponente era il professore Giuseppe Pera, così pure aderirono i cristiano-sociali che facevano riferimento all'onorevole Gerardo Bruni. Concordemente, l'assemblea congressuale decise di modificare il nome del movimento e diede vita all'Unione socialisti indipendenti (USI).

Alle elezioni del 7 giugno 1953, l'USI si collocò contro la cosiddetta “legge truffa”: per le carenze organizzative, per la limitatezza dei mezzi e per gli ostacoli subìti, riuscì a presentarsi soltanto in 22 circoscrizioni su 31, e ottenne 225.000 voti, poco meno dell'1%.

Il 1956 è stato l'anno del XX congresso del Partito comunista dell'Unione Sovietica e del “rapporto segreto” di Krusciov, che squarciò il velo sul dramma delle “violazioni della legalità” avvenute nel periodo staliniano; un anno indimenticabile per le vicende che richiamano i nomi di Polonia, Ungheria, Suez. La politica italiana fu fortemente influenzata da avvenimenti di politica estera: il PSI ruppe il patto di unità d'azione con il PCI e avviò una linea che lo portò lontano da quella fino allora sostenuta. Di fronte a quegli avvenimenti i dirigenti e gli aderenti all'USI potevano dire a sé stessi di aver avuto lungimiranza politica. Nello stesso tempo, pur rendendosi conto che l'obiettivo essenziale di cinque anni di lotta non era stato del tutto raggiunto, non esistevano più le condizioni per esprimere un ruolo incisivo.

E avvenne dunque che la proposta dell'alleanza con il PSI alle elezioni amministrative del 1956 fu un motivo per dividersi e andare in direzioni diverse. “Risorgimento Socialista”, il settimanale attorno al quale si erano aggregati militanti impegnati in una battaglia per l'autonomia della sinistra italiana da Mosca e dallo Stato guida, chiuse le pubblicazioni il 29 marzo 1957.

Clara Bovero, che negli anni Cinquanta era una giovane intellettuale e componente della direzione dell'USI, impossibilitata a partecipare al convegno sulle vicende dei magnacucchi che si è svolto a Bologna il 30 settembre e il 1 ottobre 2011, ha inviato una testimonianza della quale riporto le conclusioni, perché, a mio parere, ben si attagliano a quanto raccontato: “Quanto al lascito di quell'esperienza, lo vedrei, in sintesi, nel tentativo – per allora davvero ante litteram e, dunque, forse velleitario – di costruire nel nostro Paese una sinistra antistaliniana e antitotalitaria, quasi tre decenni prima che Enrico Berlinguer riconoscesse che la rivoluzione d'ottobre aveva esaurito la sua spinta propulsiva. Ma, in questi nostri tempi d'oggi, non posso non sottolineare anche il lascito morale di questa breve eresia, che il convegno di Bologna intende analizzare: rimane in me limpido e netto il ricordo della profonda tensione etica e del rigore – direi non proclamato, ma naturale – con cui quella lontana battaglia di sessant'anni fa fu condotta”.

Rigore etico che non è consuetudine della politica italiana e di cui tutti noi dovremmo sentirci al contempo grati e debitori nei confronti di Cucchi e Magnani, per la lineare intransigenza con cui condussero la loro ardua, se non impari, sfida. (Learco Andalò)

Note
(1) V. Magnani, A. Cucchi, Crisi di una generazione, Firenze, La Nuova Italia, 1952, pp. 22-23, 66, 68.
(2) V. Magnani, A. Cucchi, Dichiarazioni e documenti, Bologna, Tipografia Luigi Parma, 1951, p. 45.
(3) La lotta dei socialisti indipendenti in Italia, Roma, edizioni di Risorgimento Socialista, 1954, p. 7.
(4) “Risorgimento Socialista”, 29 giugno 1952, p. 2.