Non si esce dalla crisi senza pensare ad un diverso modello di sviluppo dove ciò che conta è la produzione reale e non la ricchezza di carta. Un modello di sviluppo che cerca di mettere una pezza al crescente divario tra chi ha e chi non ha, tra paesi pseudo ricchi e paesi poveri davvero. La più grande crisi economica dalla fine della seconda guerra mondiale prende origine da una crescita indiscriminata e incontrollata di strumenti finanziari. Il risultato è stato la creazione di un’economia di carta, svincolata da ogni rapporto con la dimensione produttiva, la cui ricchezza, drogata, andava a favore dei soggetti che avevano in mano le leve del gioco, prima di tutti banche e istituzioni finanziarie. Il tutto favorito da una accondiscendenza della politica che ha favorito questo meccanismo. E quando il castello è crollato ha messo a nudo questo gioco perverso. I grandi analisti finanziari, le stesse agenzie di rating, che ancora oggi dettano legge e stabiliscono se uno Stato deve fallire oppure no, indirizzando la ricchezza finanziaria a loro piacimento, i leader politici mondiali si sono guardati attorno smarriti, sorpresi da una crisi tanto violenta. Come che non sapessero che questo modello, che avevano aiutato a crescere, si reggeva su una bolla di sapone. Ma quel che è peggio è che ora non riescono ad immaginare un modello diverso da questo e, quindi, sono incapaci di definire strategie di uscita da questa situazione.

Continuano disperatamente a parlare di crescita, senza spiegare però che cosa intendono con essa.
Nel secondo dopoguerra questo termine era chiaro, in un mondo che usciva distrutto da una spaventosa guerra. C’era spazio per una forte spinta edilizia per offrire un’abitazione a chi non l’aveva, per un settore manifatturiero che ricominciava a produrre beni, per un’agricoltura che dava risposte ai bisogni alimentari, per un terziario che sviluppava servizi importanti per i cittadini. Il lavoro fisso, lo stipendio garantito erano la molla che permettevano gli investimenti delle famiglie e, quindi, all’economia di girare. E dentro a questo circuito virtuoso imprenditori e lavoratori avevano ciascuno un ruolo importante.
Ma oggi che il mondo occidentale è pieno fino a scoppiare di ogni genere di bene cosa significa crescita? Come è pensabile rimettere in moto quel circuito virtuoso tra chi produce e chi consuma se non si creano le condizioni per inserire nel mondo chi esce dalle scuole? Se a 35 o 40 anni molti dei nostri giovani si barcamenano ancora tra lavoretti precari e agenzie interinali varie? Come si può pensare di rifare partire l’economia con gente che è obbligata a fare il precario, il flessibile, il disoccupato, oppure a lavorare con meno di 1.000 euro di stipendio?
Intanto si continuano a costruire auto, case, mobili, elettrodomestici, per chi?

Qual è la crescita a cui si pensa? Noi crediamo che occorra iniziare ad ascoltare quelle voci che in tutti questi anni hanno continuato a esprimere dissenso e preoccupazione verso questo sistema e pensare ad un modello basato su uno sviluppo sostenibile e attento ad un riequilibrio dell’economia mondiale, “con la consapevolezza che la domanda di sostenibilità, sollecitata dalle preoccupazioni per la salvaguardia del pianeta, può rappresentare un'opportunità di cambiamento per definire una nuova economia in grado di dare risposte all'attuale crisi e alla sfida dell'innovazione, della competitività, dell'occupazione e della capacità di futuro”, come si legge nel “Progetto Ambiente” dell'Isfol (Istituto per lo sviluppo professionale dei lavoratori)”.

Un nuovo circuito virtuoso non può che partire dalla valorizzazione di un sistema scolastico e formativo che in questi anni ha subito attacchi indiscriminati, da una crescita degli investimenti in ricerca e sviluppo, da una tutela che l’Italia deve garantire ai suoi giovani e alle tante professionalità che oggi sono costrette a cercare all’estero ciò che il nostro Paese non è in grado di offrire, impoverendolo di quella ricchezza fondamentale per lo sviluppo rappresentata dal cervello umano.

Partendo da queste basi è certamente possibile pensare ad un sistema più equilibrato, più attento ai bisogni e alla salute delle persone. “La trasformazione del modello energetico, la riqualificazione dell’edilizia esistente e di aree industriali dismesse, l’apertura di un grande cantiere per la sicurezza ambientale: potrebbero essere queste le chiavi per una ripresa dell’economia e, quindi, dell’occupazione, nel nostro Paese”, su questo fronte da tempo stanno dialogando mondo ambientalista e mondo sindacale e ci riconosciamo pienamente quando ci spiegano che “sul fronte energetico l’idea è mettere al lavoro molte persone nella fabbricazione delle tecnologie che permettono di sfruttare le rinnovabili e nella loro conseguente installazione e manutenzione. Occupazione potrebbe essere creata riqualificando energeticamente appartamenti da destinare al mercato degli affitti. Una proposta che dà insieme tre risposte: economica (rilancia l’edilizia senza consumare suolo), ambientale (riduce le emissioni) e sociale (risponde alla domanda abitativa). Per finanziare questi interventi basterebbe far funzionare al meglio due leggi già in vigore: il conto energia per le installazioni delle rinnovabili e le deduzioni del 55% dalla dichiarazione dei redditi per le ristrutturazioni. Un altro settore che potrebbe rimettere in moto il paese è quello della sistemazione e della manutenzione diffusa del territorio, per prevenire frane e alluvioni o per bonificarlo dai veleni che gli sono stati immessi, spesso illegalmente. Le risorse per sviluppare queste azioni potrebbero essere trovate sviluppando dando una diversa priorità alle risorse già stanziate, rilanciando la lotta all’evasione fiscale, aprendo una lotta all’economia dello spreco e riqualificando la spesa pubblica. Solo quest’ultima voce, fra finanziamento di opere, servizi e forniture, muove annualmente dal 16 al 20% del nostro Prodotto interno lordo”.

Tutto il mondo della green economy è certamente una risposta che va nella direzione di ridurre le emissioni di gas serra con la creazione di nuove opportunità di business e la domanda di prodotti con caratteristiche di sostenibilità radicalmente diverse rispetto al passato. Pensiamo alla produzione di energia “pulita” basata sulle tecnologie rinnovabili, sostitutiva dei combustibili fossili, e il risparmio energetico che scaturisce dal miglioramento dell’efficienza. Ma si può anche pensare a settori tradizionali come la produzione di automobili, con la forte riduzione nelle emissioni di anidride carbonica, l’introduzione di combustibili alternativi come il metano, in cui l’Italia è leader mondiale, la ricerca sull’idrogeno, la diffusione delle auto elettriche.
Le nuove opportunità di business verde stanno già generando nuovi posti di lavoro (siamo a 3,5 milioni solo in Europa) e tutti gli osservatori ritengono che questa tendenza potrà incidere positivamente sull’economia mondiale.

E cosa dire delle opportunità che possono nascere da quella che Antonio Cianciullo, giornalista di Repubblica, e il presidente onorario di Legambiente, Ermete Realacci, chiamano “Soft economy”: “Un’economia basata sulla conoscenza e sull’innovazione, ma anche sull’identità, la storia, la creatività, la qualità. Un’economia in grado di coniugare coesione sociale e competitività e di trarre forza dalle comunità e dai territori. Una ricetta per contrastare il declino economico e soprattutto una carrellata di esempi del made in Italy tanto decantato da media e classe politica.
La soft economy è un’economia che vuole mettere insieme l’elettronica avanzata e la qualità del paesaggio, la ricerca e i prodotti tipici. È un borgo dove l’innovazione si sposa con la bellezza del paesaggio e il turismo. Quel mondo industriale che vede nel territorio una risorsa e non cerca di delocalizzare, che punta sul consenso e applica politiche sostenibili a livello ambientale. È l’agricoltura biologica, settore in cui l’Italia primeggia nel mondo. Più in generale, è la capacità di cogliere le opportunità offerte dalla tradizione per trasformarle in fattori di sviluppo. Il suo indicatore è il Prodotto interno qualità (Piq), uno strumento che misura quanta parte dell’economia nazionale, a sua volta misurata dal Pil, è di qualità. In definitiva, la soft economy è una scommessa che l’Italia può vincere se intraprende la corsa verso l’eccellenza e la estende dalla qualità del prodotto a quella della vita”.

E infine, portiamo un ultimo esempio, di quello che noi intendiamo per nuovo modello di sviluppo. In Italia il settore del turismo è un comparto economico di prima importanza, lo dicono i numeri del Pil (Prodotto interno lordo) che parla di un’incidenza del 7% e di due milioni di occupati. Secondo Federalberghi, solo in hotel sono 45 milioni i turisti che provengono da località del nostro paese mentre altri 35 arrivano dall’estero e determinano circa 240 milioni di pernottamenti (140 italiani e 100 milioni gli stranieri). Altri elementi disponibili ci dicono che le destinazioni sono per il 34% al Mare, il 22% nelle città d’arte e d’affari, il 14% nelle località montane, l’8% ai laghi, il 5% alle terme, il 4% in collina. L’incidenza della stagionalità è del 45% per gli italiani e del 54% per gli stranieri. Partendo da questi numeri si capisce che occorre sempre di più voler bene al nostro territorio, se non altro perché è fonte di ricchezza. Un crollo a Pompei crea un danno che va ben oltre le quattro pietre che si ritrovano sul terreno. Allora voler bene al nostro territorio significa proteggerlo, qualificarlo, aiutarlo nei suoi punti di crisi e promuoverlo.

Ecco, quando si parla di crescita vorremmo che fossero questi i parametri di base, perché crediamo che non vi sia via d’uscita da questa drammatica situazione ripercorrendo vecchie strade e riproponendo ricette economiche che hanno fatto il loro tempo e prodotto tanti guai. Ce lo fa capire impietosamente la storia di questi anni.

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