La Corte di Cassazione, dando un'interpretazione estensiva ad una sentenza della Corte Costituzionale (n. 265 del 2010), ha annullato un'ordinanza del Tribunale di Roma, che aveva confermato il carcere per due uomini accusati di violenze sessuali, nei confronti di una ragazza di Frosinone. “Discuterne pubblicamente è necessario per non occultare il segno di regressione culturale di cui è portatrice questa sentenza” sostiene Giovanna Piaia, assessora alle Politiche e Cultura di genere del Comune di Ravenna.
Nel 2009 il Parlamento approvò una legge secondo cui, in caso di violenze sessuali, i giudici non potevano applicare misure cautelari diverse dal carcere. Successivamente però la Corte Costituzionale, espresse dissenso per questa norma, perché in contrasto con gli articoli 3 (uguaglianza davanti alla legge), 13 (libertà personale) e 27 (funzione della pena) della Costituzione. Per questo la Consulta ha accettato di attuare alternative al carcere “nell'ipotesi in cui siano acquisiti elementi specifici, in relazione al caso concreto, dai quali risulti che le esigenze cautelari possono essere soddisfatte con altre misure”. Ora la Corte di Cassazione stabilisce che l'interpretazione della Corte Costituzionale sui reati di violenza sessuale e atti sessuali su minorenni, sono 'in toto' applicabili anche alle violenze di gruppo.
“Già le donne tendono a non denunciare perché non si sentono garantite dalla giustizia, con questa sentenza lo faranno sempre meno finendo per chiudersi sempre più in se stesse e a non chiedere aiuto. Purtroppo devo riscontrare che nel nostro Paese c'è una cultura ancora molto arretrata su cosa significa stupro”, sottolinea Maria Grazia Passuello, presidente di Solidea, l'ente della Provincia di Roma che gestisce due centri anti violenza nella Capitale e uno a Valmontone.
“Il lavoro capillare di prevenzione, di educazione al rispetto, di formazione alle nuove generazioni, la nuova frontiera del trattamento penale e rieducativo dei persecutori, rischiano di avere sulla sponda opposta un aggravamento giudiziale già appesantito dall'andamento delle udienze. Tempi e rinvii che travagliano molto la vita e la sicurezza delle donne.
Queste pene sono conosciute, condivise e denunciate dalle Volontarie di Linea Rosa e dei centri anti violenza. Purtroppo questo sistema di servizi nati spontanei per volontà delle donne, divenuti nel tempo molto qualificati, sono poco sostenuti dallo Stato. Mancano finanziamenti e un consistente Piano nazionale contro la violenza alle donne, quindi spesso i Centri anti violenza sono mantenuti attivi solo con l'impegno della Pubblica amministrazione locale”, conclude Giovanna Piaia.