Bologna. La temuta vendita ai privati della Pieve di Pastino non è avvenuta. Giovedì 23 febbraio l’asta pubblica di vendita indetta dall’Alma Mater Studiorum è andata deserta e la Pieve rimane pertanto proprietà dell’Università di Bologna. Almeno per il momento sembra essere scongiurata la paura di molti (politici, associazionismo locale, Sovraintendenza) di vedere l’antichissima Pieve trasformata in un agriturismo o in una residenza privata.
La storia della destinazione d’uso della Pieve è piuttosto travagliata. Inizialmente la Pieve era stata individuata come edificio utilizzabile esclusivamente per scopi culturali e di carattere pubblico. In seguito questa destinazione d’uso è stata modificata, ed è stato previsto anche un utilizzo per attività commerciale e residenziale. Questa trasformazione ha suscitato molte perplessità e dubbi, tali da portare ad una interrogazione regionale sostenuta da diverse forze politiche (in prima linea la Lega Nord che ha promosso una Risoluzione in seguito firmata anche da Sel, Pd, Movimento 5 Stelle, Udc e PdL). Lo scopo di questo movimento trasversale per la salvaguardia della Pieve, è giungere a più stringenti norme di tutela di questo importante bene storico e ad un suo acquisto da parte di un ente pubblico che lo utilizzi per la collettività. L’acquirente naturale della Pieve sembra essere il Parco regionale dei Gessi bolognesi, all’interno del quale la Pieve si trova.
Il prezzo della Pieve tuttavia è piuttosto elevato per un Ente pubblico, soprattutto in un periodo di difficoltà come quello attuale. La base d’asta infatti è stata di 652.000 euro. Non poco per un complesso di edifici ad un passo dal crollo e per tutelare i quali sicuramente saranno necessari ingenti investimenti. L’antica chiesa infatti ha delle crepe strutturali difficilmente sanabili e il retrostante edificio necessita di consistenti interventi di recupero. Difficile pensare che un Ente pubblico sia in grado di accollarsi tutti questi costi in piena autonomia. Per salvare la Pieve serve quindi una visione condivisa da parte di tutti gli Enti coinvolti, una visione che sappia costruire una nuova identità per il più importante bene archeologico della collina ozzanese. (Grasso Denis)