Imola. L'8 marzo 2012 cade in un momento molto difficile, un periodo di dura crisi che non risparmia le fasce meno protette della società. La segretaria generale della Cgil imolese Elisabetta Marchetti dichiara che “precarietà, licenziamenti, aumento della disoccupazione sono aspetti che hanno assunto, anche nel nostro territorio, dimensioni pesanti. Il 2011 si chiude con oltre 2 milioni di ore di cassa integrazione -continua la Marchetti- e con tante aziende a rischio chiusura dove lavorano tante donne: Cnh, Haworth, Ricchetti e tante altre di piccole e medie dimensioni. Il 2011 si chiude con 9.976 persone iscritte al centro per l'impiego, di cui oltre la metà (5.663) sono donne, quasi l'80% in più rispetto alle persone iscritte nel 2007. L'alta precarietà di tante donne, anche con un'alta formazione, rende sempre più difficile decidere sul proprio futuro e più fragili e meno protette in caso di perdita di lavoro. Su 100 donne che nel nostro territorio sono avviate al lavoro, solo 12 sono assunte con un contratto a tempo indeterminato e 3 con contratto di apprendistato, le altre sono suddivise tra le numerose forme di lavoro precario”. Per questi motivi secondo la segretaria Cgil è importante che la trattativa con il Governo sul mercato del lavoro porti ad una riduzione delle 46 forme di lavoro precario, ma anche ad un'estensione degli ammortizzatori sociali e delle tutele come la maternità ed i congedi parentali. “La maternità ancora per tante donne è causa di abbandono del lavoro: in provincia di Bologna, nel 2010, le dimissioni per maternità, entro il primo anno di età del bambino, sono state 340” spiega Elisabetta. I percorsi lavorativi delle donne in questi tempi di crisi, alla luce della recente riforma pensionistica, renderanno sempre più un percorso ad ostacoli il raggiungimento del diritto pensionistico. I lavori non sono tutti uguali così come le vite familiari e professionali, e non è uguale lavorare in ceramica, in una ditta di pulizie, fare la commessa, l'insegnante in un nido o il professore universitario. “I lavori pesanti fanno invecchiare molto prima” conclude la segretaria, “invece la recente riforma allunga l'età pensionabile delle donne senza alcun riconoscimento sia del tipo di lavoro, sia del lavoro di cura e familiare: in altri paesi, come ad esempio in Germania, aver avuto un figlio dà diritto a un anno di contributi ai fini pensionistici. Da noi è esattamente il contrario. Anche nell'ultima legge del 27 febbraio (Milleproroghe) si riconosce il servizio militare, ma si esclude il periodo della maternità facoltativa per accedere alla pensione senza penalizzazioni. A conferma che all’aumento dell’età pensionabile non ha corrisposto nessuna contropartita in termini di riconoscimento del lavoro di cura e della maternità come valore sociale ed economico. Le donne sono stanche di assumersi responsabilità senza avere nulla in cambio”. (Elvis Angioli)