Se hai la fortuna di trovare un lavoro, specie in una piccola azienda, è probabile che ti si chieda di firmare una lettera di dimissioni in bianco, cioè di assenso ad un eventuale licenziamento ancora prima che se ne verifichino le condizioni. Insomma al momento di avvio di un rapporto di lavoro se ne decreta la fine con una sorta di suicidio lavorativo virtuale. Naturalmente il verificarsi delle condizioni che metterebbero fine al rapporto di lavoro le deciderebbe il datore di lavoro a suo insindacabile giudizio, il quale, disponendo di una lettera autenticamente sottoscritta dalla lavoratrice o lavoratore potrebbe procedere “legittimamente” a risolvere il contratto di impiego. Una pratica incivile, più diffusa di quel che si pensa,  che pone in soggezione soprattutto le lavoratrici rendendo più difficile il loro accesso al mondo del lavoro. La legge n.188 del 17 ottobre 2007, vietava ed impediva questa pratica, stabilendo le modalità di recesso dal contratto con appositi moduli numerati rilasciati dal Ministero del Lavoro con validità di 15 gg, in modo da precludere dimissioni in bianco al momento dell’assunzione. Il Governo Berlusconi con la legge n.133/2008, art. 39 co. 10 l’ha abrogata ripristinando la situazione precedente. Oggi è in atto una raccolta di firme nazionale per riconquistare la legge 188 che il Comitato nazionale “Se non ora quando” ha incluso fra gli obiettivi della piattaforma per l’8 marzo e nelle iniziative promosse in tutta Italia. Un obiettivo concreto per il quale chiunque può fare qualcosa con un gesto semplice e veloce, firmando la petizione su www.petizionepubblica.it.