Imola. “Vado subito dal sindacato dei morti, perché la morte non deve più essere una disgrazia. Ci faccia il piacere di lasciarci i ricordi della vita. Io voglio continuare a rivivere tutto all’infinito”. Sono parole di Paula Wesseley (dal testo di Elfriede Jelinek) l’assoluta protagonista de “La regina degli Elfi”, interpretazione e regia di Angela Malfitano in scena al Tilt (teatro Lolli) di Imola sabato 24 marzo alle ore 17.45.
Paula Wesseley, la più grande attrice austriaca di teatro e cinema del ‘900, nata nel 1907 e scomparsa nel 2000 a 93 anni, è al suo funerale. Dalla bara si rivolge al pubblico con un fluente monologo, mentre il corteo funebre compie i rituali tre giri intorno al Burgtheater di Vienna. Una tradizione tutta viennese istituita per rendere omaggio ai grandi attori e alle grandi attrici di teatro scomparsi. Il monologo, frutto dell’immaginazione visionaria di Elfriede Jelinek, premio Nobel per la letteratura nel 2004, è la riscrittura ferocemente critica della vita e del ruolo di un’attrice compiacente e complice del regime nazista. La Wesseley infatti, decretata definitivamente al successo nel 1935 con l’assegnazione, come miglior attrice, della Coppa Volpi al Festival del cinema di Venezia nel film “Episodio” di Walter Reisch, è stata indiscutibilmente la diva simbolo della cultura e della propaganda del regime nazista, di cui l’Austria era Paese amico. Nel dopoguerra fu messa ai margini e fu interdetta dalle scene cinematografiche e teatrali, ma dopo alcuni anni ritornò ad essere una attrice di punta e di rinnovato successo. La Jelinek, scrittrice e autrice raffinata e graffiante di numerosi testi per il teatro, le ha dedicato questa piéce teatrale dove mette a nudo i meccanismi inafferrabili e tuttavia tangibili del potere. Quel potere che manipola le coscienze e affascina le masse assogettandole ad un consenso incondizionato attraverso la diffusione di una cultura che esalta il conformismo, il senso acritico di appartenenza che annienta l’individualità nella moltitudine e promuove l’ignoranza come condizione virtuosa dell’essere. “La regina degli Elfi” è un testo, attualissimo e raffinato, sul potere. Il  linguaggio amaro, cinico, beffardo e impietoso è teso a rivelare l’inganno dell’arte come strumento di seduzione e di acquisizione di un ambito consenso popolare  oggetto, al tempo stesso, di sprezzante dileggio. Un lavoro che per l’autrice esprime una critica risoluta verso il suo Paese, l’Austria, reo di non avere mai elaborato la criminosa e colpevole alleanza con la Germania di Hitler. “Questo testo” dice Angela Malfitano, “è espressione al cubo, espressionismo puro. Non facile da seguire, arriva comunque al pubblico, è un getto continuo di immagini che portano il pubblico ad una sorta di inseguimento verso la protagonista per tutta la durata dello spettacolo.  La Jelinek,  usa un linguaggio che è come una treccia che via via si svolge nell’interpretazione del testo. La cosa che mi ha subito affascinato e colpito di questa piéce teatrale è stata la scena che esce dal palcoscenico per divenire corteo funebre. L’ho trovato geniale. Penso che Elfriede Jelinek  sia l’erede di Brecht, la Brecht contemporanea. E del resto il suo espressionismo è brechtiano anche nella rottura col teatro naturalista di Cechov e Stanislavskij. In questo senso, credo – conclude la Malfitano -, si possa interpretare la sua affermazione al teatro voglio strappare la vita” .  Un appuntamento da non perdere, sia per scoprire un’autrice poco conosciuta di assoluto interesse e valore, sia per la bravura di Angela Malfitano che con coraggio e intelligenza ha scelto di cimentarsi con un testo impegnativo e bellissimo dove in fin dei conti il pubblico finisce per essere protagonista materializzando il popolo, “personaggio” presente, ma assente, nel testo in sola lettura.
(Virna Gioiellieri)