Eccomi qua, come più o meno ogni giorno a quest’ora, tra la folla di pendolari e viaggiatori d’occasione ad attendere il mio trenino regionale che mi riporta a casa dopo una giornata intera passata a Bologna tra lezioni e biblioteca. Hanno annunciato dieci minuti di ritardo, pazienza. Sorrido al mio vicino che conosco di vista perché sta dalle mie parti: “Sarà quello schifoso e puzzolente? O magari quello coi sedili blu che sembrano quasi puliti?”, quello risponde svogliato e sbadigliando: “Che ne so, basta che si muova”. Credo facesse le elementari con me. Eccolo il treno che accosta, si scopre ora chi ha vinto al “toto-porta del treno” posizionandosi nei punti per lui più papabili di apertura delle porte. E poi che delirio, bisogna prima far scendere: la signora con quel cappello orrendo ha anche due valige enormi e ci mette una vita, il tizio col palmare in mano fa una smorfia disgustata e si fa strada per scendere tra chi è giù che già spinge per salire, perché è questo che bisogna fare, spingere, fare piccoli passetti verso la porta superando e sgomitando, una vera e propria selezione naturale che stabilirà chi potrà sedersi e chi invece rimarrà in piedi o semmai appoggiato da qualche parte negli scomparti tra un vagone e l’altro. Io appartengo come sempre a quest’ultima categoria; ci rinuncio: è impossibile sedersi sul treno delle 17.35. Una scena quotidiana e del tutto normale, ma osservarla mi mette sempre assai a disagio, mi fa pensare a certi tragici momenti storici in cui gli uomini si spintonavano a vicenda per trovare un po’ di spazio vitale in un vagone merci di un treno diretto ad Auschwitz… Esagerata. Alla fine è solo una mezzoretta, e poi fortunatamente tra i brontoloni c’è sempre qualche sconosciuto, di solito qualche vecchio signore sorridente, che fa una battuta sul caldo soffocante e sulla drammaticità del nostro sistema ferroviario ricordando il tragico e recente periodo della neve, finendo poi a parlare del traffico per la strada e del prezzo della benzina farcendo il tutto con qualche frecciatina politica, di solito molto apprezzata dal pubblico stanco e sottovuoto che ascolta l’anziano oratore.
Un giovane mi guarda e fa “st’estate in interrail ho viaggiato su treni decenti e assolutamente puntuali, in Germania e Danimarca i più puliti in assoluto, con grandi vetrate scorrevoli e bagni grandi e puliti”. Allora poi. Mi vengono in mente le facce imbambolate della gente di fronte ai tabelloni delle partenze dove non è stato ancora digitato il numero di binario del proprio treno, ormai in irreversibile ritardo, o le parole nervose di uomini in giacca e cravatta che rimandano riunioni o appuntamenti. Ricomincio a giocherellare col bimbo mulatto che piange in braccio alla sua mamma, la donna chiede all’anziano esperto “Che ora Ancona?”. Cavolo, questi ne hanno ancora parecchia in questo carnaio.
E’ un po’ che ci penso: perché ci sono treni vuoti che viaggiano ad orari inutili (da Bologna verso Ravenna quello delle 15.15 e quello delle 19.25) e nessuno ha ancora proposto di mettere un treno “in più” nell’ora di punta? O quantomeno aggiungere qualche carrozza. “Adesso poi vedrai che mettono la stazione anche a Toscanella…” è la voce di un ferroviere che sale a una fermata. Toscanella? Una stazione intera per far scendere due persone? E probabilmente continuare a lasciare marcire i vagoni putridi dei già disorganizzati treni. Mi sembrano tutti piccoli sbagli, piccole contraddizioni che si sommano e che vediamo ogni giorno in tanti altri esercizi pubblici, per questo, con l’arma della moderazione e del dialogo sarebbe bene unirsi e fare domande, proporre e insistere per migliorare queste piccole cose che ci renderebbero tutti più sereni e più pronti ad affrontare il problema del nostro Paese.
Gestione delle risorse, qualità e organizzazione, non ricordo dove si incontrano queste tre parole… ah già, bene comune, era questa la parolina magica, la password per accedere a quel programma democratico autentico e difficile da usare se non si tiene conto delle meccaniche complesse dei più piccoli ingranaggi del suo sistema. Riconoscere l’importanza di curare i nostri servizi e rendere più confortevoli i nostri spostamenti credo sia un imprescindibile “Via” per richiedere qualità al nostro lavoro, al nostro studio, alle relazioni di ciascuno di noi, per questo bisogna che si risolvano le più sottili contraddizioni.
Così mentre i giornali annunciano le novità decisionali, i dettagli economici sui grandi appalti ferroviari, le direttive europee per renderci forti di reti efficaci coi grandi Stati, l’Italia dietro le quinte è quella delle stazioni impraticabili, dei ritardi snervanti, dei vagoni sporchi e stipati a uovo, dei sospiri di chi è stanco e ne ha ancora di fermate prima della sua, ma porta pazienza e scambia due parole coi compagni di viaggio.
(Lucia Merli)