Ricordo la festa di Liberazione sin da quando ero piccolo. Decine di edizioni ormai. Per me quella festa non era altro che bandiere svolazzanti e signori che invecchiavano di anno in anno raccontando sempre le stesse storie. Storie di armi e di miseria. Ricordo ancora con precisione quei distinti signori con il fazzoletto colorato arrotolato attorno al collo, sedersi su una sedia in classe, non dietro alla cattedra come le maestre, e raccontarci storie incredibili puntando verso di noi un dito nodoso, come a farci capire che quella storia ci riguardava. Ed è proprio quel dito puntato verso di me la cosa di cui mi ricordo meglio. Il 25 aprile per me era un dito nodoso e un turbinio di bandiere italiane, una per ogni bambino. Dopo qualche anno arrivarono anche i palloncini colorati a cui attaccare un messaggio di pace che il vento avrebbe portato lontano. Il vento. Non mancava mai il vento il 25 aprile. Il vento per far volare i palloncini, sventolare i tricolori e arruffare i capelli bianchi del vecchio partigiano racconta storie.

Sono poi cresciuto con queste immagini di bambino in testa. Il 25 aprile come una festa, esattamente come il primo maggio, il 2 giugno, il 24 dicembre, il 1 gennaio e tutte le altre. Una festa. Solo più tardi mi sono accorto che in quella festa del 25 aprile c’è un qualcosa di speciale, quella parola “Libertà” che le altre feste non hanno, quella parola che porta al suo interno un universo morale di inaudita grandezza. Liberazione. Libertà da cosa? Libertà da un sistema che non voleva che le persone pensassero con la propria testa, che si facessero delle domande e soprattutto che si dessero delle risposte. Quanto deve essere frustrante, umiliante non potere agire in base alle proprie convinzioni ma secondo i modi e le forme che qualcun altro ha deciso per te.
Ecco cosa doveva essere la Liberazione (e forse dovrebbe esserlo ancora oggi). Certo una liberazione militare ma più di tutto una liberazione interiore, una liberazione della propria mente, della propria coscienza, una ventata d’aria fresca in un giorno di calura, la visione di una fontana quando la gola ti brucia dalla sete. Sinceramente non riesco a capire fino in fondo cosa voglia dire sentirsi liberi dopo venti anni di oppressione.

Oggi ho 27 anni. È passato parecchio tempo dai giorni delle bandiere svolazzanti e dei partigiani che venivano a raccontare le loro storie in classe. Ho impiegato molti anni per comprendere il senso profondo di questa ricorrenza, la drammaticità di quei giorni lontani eppure così vicini. A farmi capire questo, più di tutto, le ultime lettere di alcuni condannati a morte. Tra queste quella di un mio coetaneo, Renzo, ingegnere alla Fiat di Torino, processato e condannato a morte per fucilazione l’11 febbraio 1945 con l’accusa di omicidio. Meno di due mesi prima di quel famoso primo 25 aprile. Renzo, il 9 febbraio del 1945, due giorni prima di essere fucilato, scrive questa lettera.
“Carissimi. Una sorte dura e purtroppo crudele sta per separarmi da voi per sempre. Il mio dolore nel lasciarvi è il pensiero che la vostra vita è spezzata, voi che avete fatto tanti sacrifici per me, li vedete ad un tratto frustrati da un iniquo destino”. Così comincia la lettera. La sua ultima lettera. Renzo sapeva che sarebbe stato ucciso, fucilato. La sua colpa? Essere giovane e sognare qualcosa che non aveva mai potuto conoscere e di cui probabilmente si era innamorato leggendo qualche libro sfuggito ai controlli della censura. O semplicemente perché si sente il bisogno di libertà allo stesso modo con cui si sente la necessità di mangiare e andare in bagno. Incoscienza, istinto di libertà, cultura? Non lo so. Renzo parla di “sorte dura e crudele”, di “iniquo destino”. Un destino orientato alla realizzazione dei grandi ideali per cui da sempre si lotta e si muore. Ma in tutta questa grandezza patriottica e morale la cosa che più mi tocca, che più mi impressiona, è quest’ultimo pensiero ai suoi genitori. “Voi che avete fatto tanti sacrifici per me”. Qual è l’obiettivo ultimo dei sacrifici dei nostri genitori? Come possiamo ricambiare i nostri genitori dei sacrifici che loro fanno per noi? Renzo credo avesse capito. Dovevano essere stati i duri giorni della guerra a suggerirlo. E lui lo scrive, con grande chiarezza, nel proseguire la sua lettera.

“Bisogna avere pazienza, la giustizia degli uomini, ahimè, troppo severa, ha voluto così. Una sola cosa ci sia di conforto: che ho agito sempre onestamente secondo i santi principi che mi avete inculcato da bambino, che ho combattuto lealmente per un ideale che ritengo sarà sempre per voi motivo di orgoglio, la grandezza d’Italia, la mia Patria (..) Per un ideale ho lottato e per un ideale muoio. Perdonatami se ho anteposto la Patria a voi, ma sono certo che saprete sopportare con coraggio e con fierezza questo colpo assai duro”.

 “Perdonatemi se ho anteposto la Patria a voi”. Renzo parla di patria, di grandezza. Questi due termini credo siano un semplice retaggio del ventennio fascista da cui proveniva, in cui era cresciuto e si era formato. Io credo che volesse semplicemente dire Libertà. Perdonatemi se ho anteposto la Libertà a voi, voi che avete fatto sacrifici per farmi diventare una bravo ingegnere della Fiat. Ma non è l’essere ingegneri quello che da un senso ai vostri sacrifici. Ciò che da senso ai sacrifici di un genitore è la capacità del figlio di lottare per un proprio ideale. Un ideale alto e nobile in cui chiunque non può non riconoscersi. Renzo è ancora giovane, come lo sono io, e chiede scusa per questo suo slancio che lo porterà alla morte. Ma nel suo profondo sa di aver compiuto la scelta giusta. La natura dell’uomo spinge alla Libertà e solo “la giustizia degli uomini, ahimè, troppo severa” può portare alcuni di essi ad opporsi a questo ordine naturale delle cose, ad opporsi all’“agire onestamente”, ai “santi principi”, all’“orgoglio”, alla “grandezza dell’Italia”. Alla libertà. Ma chi ci ha instillato nel profondo del cuore questa voglia di libertà? Anche qui Renzo è molto lucido. “I santi principi che mi avete inculcato da bambino”. Ora sì capisco perché quel vecchio partigiano mi puntava contro il dito, puntava il dito contro ad un bambino. Quel dito nodoso doveva accendere la miccia.
Renzo conclude la sua lettera con queste parole, le ultime della sua breve vita.

“Dunque, non addio, ma arrivederci in una vita migliore. Ricordatevi sempre del figlio che vi chiede perdono per tutte le stupidaggini che può aver compiuto, ma che vi ha sempre voluto bene. Un caro bacio ed abbraccio. Renzo”.

“Arrivederci in una vita migliore”. Se Renzo non fosse stato fucilato forse ci sarebbe stato lui seduto su quella sedia a raccontare la sua storia, sempre la stessa storia tutti gli anni. Ma se non fosse morto forse non ci sarebbe stato né lui né nessun altro a puntarmi il dito contro, a far volare i palloncini della pace o a far soffiare il vento che muove le bandiere. Quel dito che mi è stato puntato contro è quello di Renzo, morto per la Libertà. E non è solo un dito. È come un passaggio di un testimone in una staffetta. Lui ha portato quel testimone in un tempo molto duro, e quel testimone per molte mani è arrivato a me. Tocca a me ora portarlo avanti e consegnarlo a mia volta a chi troverò lungo i miei passi. Per questo il 25 aprile scenderò in piazza con una bandiera italiana aspettando che il vento la faccia dispiegare. Fuori una bandiera ma dentro di me un dito. Un dito che mi indicherà sempre quale sia la direzione da seguire per salvaguardare la Libertà, il più importante dei beni di cui disponiamo.
(Grasso Denis)