Milano. Colori bruni, sguardi pieni di ostinata fierezza, passo deciso: il popolo di chi non si piega, di chi è risoluto a non farsi mettere i piedi in testa, a vedersi riconosciuti quei diritti che dovrebbero essere a tutti garantiti in quanto uomini – e donne. E' il 1901 e Pellizza da Volpedo regala all'immortalità di una tela il sentimento di rivincita del cosiddetto “Quarto Stato”, da cui il quadro prende il nome: l'orgoglioso volgo dei campi, che attraverso le pennellate divisioniste del pittore sfila in sciopero verso la luce della libertà (definizione dello stesso artista).

Una schiera ordinata di manichini privi di testa, con indosso una tuta da operaio, si erge in piazza Duomo; l'aria fiera del popolo di inizio Novecento è totalmente perduta, sostituita dalla totale impersonalità, remissiva e rassegnata, di chi è stato privato della facoltà di pensare, di pensare alla propria condizione, al proprio destino. E' il 2012, e il cartello a fianco della composizione recita “100 sogni, morti sul lavoro”. Non è più il tempo delle lotte per i diritti, della riscossione del popolo; ormai quei diritti sono, almeno formalmente, riconosciuti e dati per assodati, se non per scontati. Non c'è più nulla per cui battersi, nulla di cui lamentarsi: questo, almeno, è quello di cui ci vogliono convincere, e di cui ci si vuole (auto)convincere. E' il tempo delle morti bianche, silenziose ed inesorabili, inascoltate e troppo spesso ignorate. Non si vuole sentire, non si vuole vedere. Non si vuole capire. Ma questo è un altro discorso.

Un parallelismo interessante quindi, quest’idea di affiancare all’opera del pittore divisionista una rappresentazione tridimensionale della medesima idea, ma in chiave moderna; parallelismo che pone le basi per varie considerazioni sulla circolarità del tempo e dell’immobilità del destino umano degna delle più profonde riflessioni filosofiche vichiane. Una trovata interessante che ben si abbina all'eclettismo di chi ha promosso l'iniziativa: il Museo del Novecento, che occupa un'ala del Palazzo Reale di Milano e che, girovagando casualmente in centro, ho avuto l'occasione di visitare. Un museo molto ben organizzato e al passo coi tempi – cosa molto rara nel BelPaese, patria di poeti, navigatori e artisti tristemente incompresi, il Paese più bello del mondo, in cui si permette a Pompei ed Ercolano di disgregarsi giorno per giorno -. E soprattutto, un museo gratuito.

E così qualunque sfaccendato con un minimo di sensibilità artista ha la possibilità di godersi un'ampia rassegna di opere artistiche di livello, provenienti da vari archivi europei, che ripercorre tutto il cammino artistico e anche storico-culturale dell’Europa, dai primi del Novecento agli anni '80, da Picasso a Boccioni, da Mondrian agli artisti contemporanei che giocano tra fotografia e New Dada.
(Andrea Pelliconi)