Ozzano Emilia (BO). L’antichissima Pieve di Pastino sta crollando, insieme a tutta la sua storia millenaria racchiusa tra quei muri stanchi. Muri stanchi che nessuna istituzione pubblica può più sostenere, specialmente in un periodo come questo in cui si fatica sempre più a trovare risorse pubbliche per questo tipo di interventi. La Pieve ha resistito a tutto ma non all’abbandono degli ultimi decenni. Consapevoli di questo, il “Comitato Pieve di Pastino” ha voluto fare una proposta di recupero di grande coraggio e di grande responsabilità; assumersi in prima persona, sia dal punto di vista economico che “pratico”, il recupero di questo complesso di grandissimo valore paesaggistico, storico, architettonico e artistico. Prendere in mano la situazione in tutta la sua complessità e ideare un Piano che permetta di ritrovare una funzione ai tre complessi della Pieve di Pastino, salvandola in questo modo dal degrado e dall’abbandono in cui versa.

Il progetto di Permacultura
Il primo progetto di valorizzazione della Pieve di Pastino è stato ideato e progettato nei dettagli da una componente del comitato, l’architetto Maria Luisa Bisognin, una delle massime esponenti italiane del movimento della Permacultura, movimento da cui sono nate le Transition Town. “Una delle idee fondamentali della Permacultura – ha spiegato l’arch. Bisognin – consiste nell’assumersi in prima persona le proprie responsabilità. Nel problema c’è sempre la soluzione”. Da questa semplice convinzione nasce tutto il suo progetto.
Il tutto dovrebbe partire con un contratto di Enfiteusi per l’intero sito (circa 9 ettari) al neo costituito “Comitato Pieve di Pastino”, che lo gestirebbe e manterrebbe. Il contratto di Enfiteusi prevede un affitto a lungo termine (almeno 50 anni), il cui scopo sarebbe quello di restaurare e valorizzare il sito alle condizioni poste dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del Paesaggio. Con il ricorso a questa tipologia di contratto, l’Università di Bologna rimarrebbe la proprietaria del sito. Semplicemente lo affitterebbe con un contratto ad un comitato ad hoc che si impegnerebbe a valorizzare il sito e a restituirlo alla scadenza di questo.
Stipulato questo contratto, il Comitato si impegnerebbe a costituire una sua sede in loco, sede che sarebbe mantenuta attiva da un gruppo di 10-15 persone che andrebbero a vivere nei due edifici a servizio dell’antica Pieve (canonica e fienile) restaurati. Ovviamente in un primo tempo questo non sarà possibile. Si costituirebbe quindi, nei pressi della Pieve, un “Ecovillaggio”, ossia un piccolo gruppo di case costruite con canne, balle di fieno e legno sul modello di altri ecovilaggi sorti in Italia e in altre parti d’Europa. Ciascuna di queste 10-15 persone, investirebbe nel progetto circa 70.000 €, per un investimento totale iniziale di circa 1 milione di euro. Soldi necessari per avviare i lavori nell’area e attivare quei meccanismi che conducono alla partecipazione a bandi di finanziamento europei, nazionali e regionali.
Chi sarebbe disposto ad andare a vivere in case di paglia e fieno per anni? L’architetto Bisognin non ha dubbi. “Ricevo moltissime richieste di persone che vogliono fare un’esperienza di questo tipo. Io e mio marito saremo i primi a lasciare la nostra casa e impegnarci in questo progetto sia economicamente che come scelta di vita”.

La seconda vita della Pieve
In questo modo si verrebbe a costituire un vero e proprio laboratorio a cielo aperto. Un laboratorio a cui potrebbero prendere parte giovani architetti, archeologi, agronomi, tutti alla ricerca di un luogo in cui mettere in pratica i propri studi universitari e in cui condividere il “sapere” di molti dei costituenti del Comitato. La Pieve di Pastino si troverebbe a rinascere quindi da una lato sospinto dalle competenze di alto livello possedute dai membri del Comitato (archeologi, architetti, urbanisti, storici ecc.), dall’altro dall’entusiasmo di giovani studenti universitari e persone del luogo. Tutti uniti da questo unico obiettivo: preservare la memoria storica di un luogo antichissimo, senza rinunciare ad inserirla nella realtà contemporanea. Questo ovviamente sarebbe un grande vantaggio per l’Università di Bologna, che di fatto si troverebbe ad avere a pochi chilometri dalla Facoltà di Veterinaria un altro polo di ricerca su cui far esercitare i propri studenti senza doversi accollare alcun costo.
In un primo tempo queste attività verrebbero ospitate all’interno delle strutture provvisorie realizzate secondo i principi della permacultura e nelle strutture adiacenti all’area (un agriturismo ecc.). Man mano che i tre edifici del complesso della Pieve verranno recuperati, le attività verranno trasferite in questi edifici. La chiesa si trasformerà in una sala per conferenze e altri eventi, mentre nelle altre due strutture troveranno casa i residenti che hanno investito nel progetto.

Il presente della Pieve
Certo la strada per portare a compimento questo progetto dell’arch. Bisognin è lunga e complessa. Numerose le criticità, numerosi gli ostacoli materiali e burocratici, numerose le barriere culturali da superare. Molto del successo del progetto sarà legato alla capacità dei promotori del Comitato di attivare attorno a sé costruttive sinergie con le amministrazioni pubbliche e i privati. Fondamentale sarà soprattutto la capacità di mantenere ben salda la barra del timone verso l’obiettivo finale, riuscendo a far lavorare tutti verso un obiettivo condiviso e partecipato. Solo in questo modo la sfida potrà essere vinta. Perché tanto si sa, quando ci sono le buone idee i soldi arrivano sempre. In Europa i soldi per questi progetti non mancano. In difetto è l’Italia che riesce ad assorbire solo il 30% dei fondi che gli sono messi a disposizione dall’Unione Europea. All’Italia mancano spesso le idee. Il Comitato Pieve di Pastino sembra averne trovata una buona. Buona fortuna!
(Grasso Denis)