Mi raccontava Tiziana di un consiglio comunale a Imola, l’8 marzo di tre anni fa. Era aperto alla città (presenti ovviamente le associazioni anti-violenza e di donne) per ragionare sulle concrete cose da fare contro il sessismo a partire dalla proiezione di uno spezzone del film «Il corpo delle donne» di Lorella Zanardo. Parole belle quanto generiche arrivano da consigliere/i della maggioranza di centrosinistra. Poi chiede la parola un rappresentante della destra, il più giovane in Consiglio. Si dice impressionato dai dati che ha ascoltato, molti dei quali non conosceva e in particolare sulla violenza domestica. Rispetto al sessismo delle immagini se davvero il governo della città è così preoccupato – chiede – come è potuto accadere questo e… mostra a tutte/i la copertina della rivista edita dal Comune (e distribuita gratuitamente in tutte le case della città) dove per parlare della Formula 1 non si è riusciti a immaginare altro che una donna “smutandata”. Oltretutto, ironizza il consigliere dell’opposizione, proprio mi sfugge il collegamento fra culi di donna in mostra e corse di automobili.

Sincero, o fatto solo per una polemica strumentale, il ragionamento non fa una piega. Una piccola storia fra le tante che mostra l’ipocrisia del Pd e dintorni. Ovviamente sessismo e bugie sono “bipartisan”. Chi conosce bene Imola sa che nelle bacheche cittadine della destra si vede pure di peggio: per contrapporre l’inciviltà dell’Islam alla radiosa Europa un manifesto chiedeva ai passanti (tutti uomini?) cosa preferivano se una donna in burka o una supermaggiorata pure lei smutandata. Parrebbe a questi uomini – ma anche tristemente a molte donne – della “politica” che non ci siano alternative fra due destini femminili: la scelta è fra i talebani al potere e vendere carne da macelleria al miglior offerente, una mercificazione che loro hanno l’ardire di chiamare libertà. Ignorano a destra e a sinistra che a Parigi esiste un gruppo di donne (nato nelle periferie-ghetto destinate a migranti ma cresciuto in ogni zona della città e in vari gruppi nazionali) che ha scelto per nome un sintomatico “Nè puttane né sottomesse”. Ignorano a destra e a sinistra le maschere e le complicità del moderno patriarcato o più probabilmente non hanno alcun interesse a ragionare sul tema. Se avessero in casa un libretto sul deprecato (da loro, invece da me molto amato) ’68 francese sfogliando troverebbero un anonimo murale che invitava così: “slacciate il cervello almeno con la stessa frequenza di reggiseno e pantaloni”.


Considerazioni simili sul sessismo e su certa pubblicità violenta/fascistoide sorreggono uno straordinario lavoro del fotografo Ico Gasparri che si è tradotto in 3500 immagini (scattate per lo più a Milano) visibili sul sito www.ilmaestrodellupocattivo.it e divise in tre diverse gallerie e ora, cioè dal 2011, commentate in un libro che a me è parso sconvolgente quanto purtroppo assai istruttivo: “Chi è il maestro del lupo cattivo?” (240 pagine, 15 euri) con il sotto-titolo “La donna nella pubblicità stradale. Milano: 1990-2011”. L’editore? Non c’è, si chiama Ichome, “libri senza editore”. Gasparri ha tentato varie strade sentendosi dire di no, così ha pubblicato il libro a sue spese; e a lui (info@ichome.it) si può chiedere.

Un lavoro di 20 anni dunque. Iniziato nel 1990 e diventato poi quasi un’ossessione come, nel paragrafo “Una giornata particolare”, proprio Ico racconta: “Il 17 novembre 1991 ho voluto fare un esperimento per capire se tutto questo lavorio fosse una mia fissazione o se il messaggio fatto di donne improbabili avesse superato una proporzione accettabile. Dalla mattina alla sera ho girato per Milano fotografando tutti o quasi i cartelloni che incontravo. Volevo documentare cosa toccasse in sorte ogni giorno a un cittadino o a una cittadina milanese che uscissero di casa (…) Totale: 15 campagne diverse affisse contemporaneamente che, moltiplicate per i vari formati dei cartelloni stradali, corrspondevano a centinaia e centinaia di donne messe al muro in un sol giorno. Un popolo. Un popolo fatto di donne che ci stavano comunicando qualcosa. Ma cosa?”.

Nelle iniziali “istruzioni per l’uso” Ico (non lo conosco ma lo sento amico) spiega che “la prima parte del libro può essere letta in modo tradizionale cioè sulla carta, la seconda contiene rimandi a fotografie pubblicate nel sito per cui si consiglia di seguire il testo collegandosi a esso”.
Ovviamente io ho fatto così. Sconvolgente. Quante brutture non sapevo e quante ne conoscevo ma cercavo di dimenticare. Tutte insieme sembrano proprio un’alluvione…. che rompe gli argini e rischia di travolgerci, di annegarci nella merda.
“E’ una storia che a molti non piacerà” scrive Ico all’inizio. Infatti. Le domande che lui ha rivolto ad istituzioni e/o a chi quelle pubblicità sessiste ha costruito restano spesso senza risposta ma quando qualcuno/a si sente costretto a replicare… è un impressionante mix di arroganza, ignoranza, violenza tranquillamente introiettata. “L’idea che mi sono fatto delle persone che hanno letteralmente occupato (a Milano) posti di responsabilità politica e amministrativa nei due decenni in cui si è svolto il ‘lupo cattivo’ è assai negativa, terribile o pessima – a seconda dei casi – e solo raramente l’esperienza mi ha fatto trovare faccia a faccia con funzionarie, politiche e donne dell’amministrazione attente e capaci di rispondere alle mie richieste di condivisione”.

In questa sorta di recensione non farò esempi – vorrei davvero che leggeste il libro – ma vi segnalo sul sito alcune immagini in particolare: 2007_873_09; 2009_DSC_1290; 2004_557_32; 3006_756_05 (una donna incatenata); 2009_DSC_4202 e 4296 (questa invece è crocifissa); 2002_421_05; fra le donne mutilate anche quella della pubblicità di “Famiglia Cristiana” cioè 2001_453_03; e ancora 1999_379_02 e 12; 2005_607_05; infine 1991_27_03 che, scrive Gasparri, “è divenuta l’immagine simbolo del mio lavoro”. Ma bisogna vederne tante per capire il peso che hanno sulla nostra “educazione”.

Notizie positive? Che qualcuna/o si arrabbi e protesti, in Italia e fuori (il “Financial Times”). Ma spesso la reazione delle istituzioni e dei media mggioritari (che peraltro – aggiungo io – campano di pubblicità e dunque…) è giudicare “sconveniente” la denuncia, la protesta non l’offesa alle donne; addirittura si difende la pubblicità qual che sia in quanto “libertà di espressione” persino “benefattrice” visto che quei cartelloni sorgono su restauri (spesso fasulli oltretutto) i quali – si dice, ed è spesso un’altra bugia – vengano fatti con i loro soldi e poi è la città a beneficiarne.

Non entro nel merito delle scelte tecniche (cioè di come Gasparri ha fotografato e inquadrato quelle pubblicità) e neppure nelle sue riflessioni – che condivido quasi sempre – o nei legittimi dubbi che ogni tanto lo assaltano. Voglio solo sottolineare che questo schifo è tutto italico cioè pubblicità simili sono impensabili altrove. Sul terreno dell’ipocrisia (anche religiosa) e delle menzogne, Ico Gasparri non ne ha dimenticata una. Anzi no, si è scordato che mentre queste schifezze sessiste deturpavano case, palazzi e monumenti di Milano le amministrazioni facevano la guerra ai “vandali” cioè a ragazzini che ogni tanto sporcavano qualche muro o vagone della metropolitana (a mio avviso quasi sempre con un mimimo di criterio estetico che manca invece, salvo rarissime eccezioni, nelle mega-pubblicità).

I cattivi o meglio i maestri dei lupi? Tanti. I nomi che tornano più spesso nella ricerca sono Cesare Paciotti, Limoni, Calvin Klein, Donna Looka, Cotonella, H & M, Intimissimi, Lormar, Parah, Relish, Seat, Silvian Heach, Sisley, Telecom, Tim, Triumph, Yamamay … neppure il quotidiano “L’unità”» sfugge all’elenco (vedi la significativa non discussione con Rosy Bindi e Concita De Gregorio in una delle appendici finali).

I buoni cioè quelle/i che non vogliono aiutare, coprire, addestrare, aizzare i lupi cattivi? Poche/i ne ha incontrati Ico nel giornalismo e nelle istituzioni: Alessandro Robecchi, Marina Dondero, Lucia Manassi, Assunta Sarlo…. e un’altra mezza dozzina forse. Di più nella società: con studentesse e studenti che invitano Ico nelle loro autogestioni, con la rete di donne MEDiterrannean Media, con i messaggi che arrivano da persone spesso sconosciute, con Paola, Chiara, Savina…
“Ora tocca a voi” sono le ultime parole del libro. Sì, ha ragione: ci riguarda.

P.S. Mi auguro che un editore intelligente ristampi “Chi è il maestro del lupo cattivo?” ma, visti i tempi, mi pare davvero difficile. Intanto spero che molte/i di voi lo prendano e lo facciano circolare. “Per favore non fotocopiate questo libro” scrive, alla fine, Ico Gasparri: “E’ stato prodotto in proprio e senza la certezza di recuperare le risorse economiche e professionali investite. Potete acquistarlo anche per corrispondenza senza aggravio di tempo. Scrivetemi a info@ichome.it”. Aggiungo io: una volta preso il libro (in 3 persone fanno 5 euri a capoccia) convincete la biblioteca più vicina a fare lo stesso, magari dopo aver verificato che abbiano già “Il corpo delle donne”. E naturalmente collettivi, centri sociali, università intelligenti e sperabilmente scuole in autogestione sono i luoghi dove più volentieri Ico va a mostrare il suo lavoro e a chiacchierarne.
(Daniele Barbieri)