Lavorare meno, lavorare tutti era uno slogan di una parte della sinistra italiana. In particolare Fausto Bertinotti proponeva le 35 ore a settimana come livello di orario medio per garantire più occupazione. Queste proposte venivano considerate utopistiche e irrealizzabili ma invece erano frutto di una attenta analisi economica-produttiva dettata da vari fattori legati anche all’anarchica globalizzazione, che ha portato l’eurozona alla perdita del 10% di attività produttiva. Poi ricordo di leggere una nota sindacale che ho scritto nel mio blog il 22 settembre 2011: “Gli italiani lavorano di più e prendono meno”, dove si chiarisce con numeri e dati il rapporto orario-salario dei lavoratori italiani e dei lavoratori di altri Paesi. Ora dopo anni di crisi ci sono vari personaggi che sostengono che sia ineludibile la ripartizione della ricchezza ma anche del lavoro esistente. Tutti lo sappiamo e lo sanno anche i politici che hanno onestà intellettuale che questa è la strada maestra, ma invece in Italia in questi anni c’è stato l’assalto alla diligenza con salari bassi, tagli ai diritti e tutele e sostegno agli straordinari, come unica condizione per alzare il reddito dei lavoratori. E’ stata una scelta da pazzi e che ha trovato sostegno perché con la crisi i lavoratori sono ricattabili ed anche perché vengono sapientemente tenute nascoste le reali analisi economiche, o vengono lette con una chiave liberista  legata alle quotazioni nelle borse, alla speculazione ecc.
Se si vuole alzare la domanda interna e far ripartire la crescita serve un progetto a lunga gittata che preveda un cambiamento strutturale di tutto il sistema redditi-occupazione attivando anche politiche pubbliche ed interventi pubblici e non le privatizzazioni all’italiana che sono state svendite e regali ai privati. Faccio notare che in Italia oltre all’emergenza dei 390.000 esodati , si deve trovare il modo di ridare lavoro ai 500.000 lavoratori in cassa integrazione e altro. Si deve trovare il modo di dare una speranza di lavoro alle giovani generazioni, ed ecco che la riforma delle pensioni Monti-Fornero è un pugno in faccia alla realtà e non è sufficiente dire che con un sistema inclusivo si risolve il problema del lavoro che manca e della disoccupazione. Egregi professori, se siete professori di tutti e non solo di una parte, e della parte forte, dovreste sapere che ora ci sono emergenze a cui non serve la vostra riforma del mercato del lavoro insieme a quella delle pensioni, i problemi sono ben altri come dice il ministro Passera: “Ci sono 28 milioni di italiani che hanno difficoltà economiche”.