Imola. 18 a 9 e avanti tutta. Con questi numeri il consiglio comunale ha dato il via libera alla costituzione della società strumentale “Beni Comuni” a capitale pubblico, che dovrà gestire i servizi di manutenzione della città. Obiettivo per la partenza inizio ottobre. A favore Pd e Idv, contrari Gruppo misto, Pdl, gruppo “Per Imola” e Unione di centro destra. Una scelta avvenuta dopo settimane di discussioni e di lotte da parte dei dipendenti comunali. Una scelta che ha lasciato e lascerà molti strascichi polemici nel rapporto tra lavoratori, cittadini e governo della città. Una prima avvisaglia è già emersa nell’aula che mercoledì 27 giugno ha ospitato il consiglio comunale, quando una persona si è avvicinata alla consigliera del Pd, Carla Govoni, consegnandole la tessera del partito. Un gesto dettato probabilmente dall’amarezza per una decisione che a molti è apparsa scritta da tempo, al di là di tutto il fiato speso per parlare di concertazione, trasparenza, condivisione.

E al di là dei contenti, la principale accusa che viene avanzata al governo e alla maggioranza è proprio quella di una mancanza di un percorso di condivisione della scelta. Non c’è stato margine di discussione.


E su questo tono si è snodato anche la seduta consigliare del 27 giugno. Forte di una maggioranza compatta (con qualche assenza, secondo la minoranza, per opportunità politica), il primo cittadino si è presentato rilanciando con forza le sue certezze, chiaramente non condivise dalla minoranza e da gran parte del pubblico, molti dipendenti pubblici e qualche cittadino, che ha gremito la sala del Consiglio. Striscioni, cartelli, grida, applausi e qualche coro hanno scandito gli interventi dei consiglieri comunali, con qualche momento di tensione, ma senza mai travalicare le norme dell’ordine pubblico. “Eliminare il pubblico e mettere nelle mani dei privati molti servizi essenziali non è compatibile con la storia di questa città”, ha così concluso il sindaco Manca, che ha però prima aveva spiegato perché non sarebbe possibile mantenere all’interno della macchina comunale tali servizi. “La grave crisi che sta attraversando il paese, le norme già introdotte sul pubblico impiego e ciò chi ci aspetterà fin dai prossimi mesi non permette di continuare sulla strada percorsa fino ad oggi. Non possiamo attendere gli eventi, questa città ha sempre dato risposte anticipando i problemi. Per questo abbiamo cercato di capire quale poteva essere la migliore soluzione per continuare a garantire lavoro pubblico e qualità dei servizi. E la costituzione di una società con capitale solo pubblico, pur gestita secondo le norme del diritto privatistico, è la soluzione che dà una risposta a queste esigenze”.

Ancora prima l’assessore al Bilancio, Donatella Mungo, aveva cercato di spiegare le buone ragioni di questa scelta insistendo sulle garanzie per i lavoratori: “Mentre molte altre realtà, anche vicine a noi, hanno fatto la scelta di privatizzare servizi essenziali come questi, noi siamo andati controcorrente, pensando ad una società interamente pubblica che mantenga a livello pubblico i servizi e che garantisca i lavoratori anche con la possibilità di un rientro nell’ente qualora le cose non dovessero funzionare”.

Ciò che secondo il sindaco e l’assessore al Bilancio è un’autoriforma della Pubblica amministrazione non convince però le opposizioni, che pur con diverse sfumature, si sono opposte in blocco. Dopo che ha visto bocciata la sua richiesta di sospensiva (così come quella del consigliere Riccardo Mondini), Giuseppe Palazzolo (lista civica “Per Imola”) non ha risparmiato critiche considerando tale scelte “un grave errore che peserà sui lavoratori e sui cittadini”, lanciando una domanda che in tanti si fanno: “Se le risorse saranno sempre quelle dovete spiegarci come sarà possibile fare funzionare meglio questa società, garantendo contemporaneamente un miglior trattamento economico ai suoi dipendenti e una migliore qualità dei servizi alla città”. Il sindaco Manca, però su questo fronte, è sicuro: “Questa società soggetta a regole meno rigide del pubblico impiego sarà in grado di salvaguardare il lavoro dei dipendenti e garantire migliori servizi per i cittadini”.

Una sicurezza non condivisa da Simone Carapia del Pdl che ha suggerito il rinvio della discussione per favorire “l’avvio di una riorganizzazione interna”. Così come da Riccardo Mondini (Unione di centrodestra) che ha poi aggiunto: “Se si spara sui dipendenti comunali come si può poi pretendere che facciano funzionare i servizi”.

E così la seduta si è dipanata in una sorta di gioco delle parti invertite, dove la destra, da sempre sostenitrice delle liberalizzazioni, anche se poi non fatte, spingeva a tutto gas per la permanenza dei servizi a livello pubblico e il centro sinistra che cercava di spiegare il senso e l’importanza della creazione di tale società. Così Luigi Bacci (Idv) ha parlato di “scelta epocale, capace di garantire i lavoratori e la qualità dei servizi per i cittadini”, Maurizio Barelli (Pd) ha espresso la sicurezza che lavoratori e cittadini tra qualche anno saranno grati a chi ha effettuato questa scelta, mentre Silvia Sassi (Pd), che aveva espresso la possibilità di un voto contrario se i lavoratori non avessero avuto tutte le garanzie del caso, ora si dimostra certa che la scelta è quella giusta e il capogruppo Pd Gilberto Cavina che sottolinea “la capacità di questa giunta di assumersi la responsabilità di una scelta che va nell’interesse della città e dei lavoratori”.

Si è così arrivati ad un voto che, forse, per la prima volta in questa città ha sancito una drammatica rottura tra l’amministrazione comunale e il personale dell’ente. Una frattura che non fa che aumentare il divario tra i cittadini e la politica. Anche se chi oggi ha deciso di procedere lungo la strada della società strumentale è convinto di avere con se la maggioranza dei cittadini.