Passo da Parma e resto un’oretta aspettando un treno. Vado a vedere se nel bar della stazione c’è qualcosa di mangiabile senza troppi danni. Il barista “capo” ha voglia di chiacchierare. Bene. Subito mi spiega, con tono angosciato, quanti danni “quelli là” – indica un paio di persone con pelle scura, immigrati dunque – hanno fatto alla città. “Ci siamo svenati per dar loro le case”. La solita balla degli appartamenti regalati dalle amministrazioni a tutti, clandestini compresi. “In pochi anni Parma si è ro-vi-na-ta capisce?”. Visto che ho finito il paninazzo e che la mia bocca mi sembra connessa al cervello obietto: “Mi pareva di aver letto che i debiti per miliardi a Parma li avesse fatti il sindaco con i suoi”. Neanche finisco la frase che arriva la sdegnata replica del barista-capo: “Che c’entra?”.
Merda particolarmente secca, se capite cosa intendo.
Poi il treno mi riporta sul confine fra Emilia e Romagna, a Imola. In effetti è qui che abito. Il Comune (l’etichetta dice: un centro-sinistra allargato) annuncia che alcuni servizi saranno “esternalizzati”. In una città solitamente moscia, monta la protesta rabbiosa e documentata: dati alla mano si dimostra che lavoratori e lavoratrici perderanno in soldi e in diritti senza che gli utenti (lo strano nome dato, di questi tempi, a cittadine e cittadini) abbiano servizi migliori. Niente da fare, il sindaco Daniele Manca e la sua squadra tengono duro. Cosa ci guadagnino – dal punto di vista politico e amministrativo – il potente Pd e gli alleati locali (Rifondazione e Italia dei valori) non sono in grado di capire. Ma poi intravedo la locandina di un giornale locale: la nuova società si chiamerà BeniComuni. Ora tutto mi è chiaro.
Merda secca ma con un nome profumato.