Imola. Un giovane di 26 anni, che per comodità e privacy chiameremo con il nome fittizio di Andrea, ha scoperto a sue spese cosa sia il mobbing e quanto sia ancora vivo nella realtà della zona. Il mobbing in campo lavorativo consta in un insieme di comportamenti denigratori che possono andare da abusi psicologici, angherie, vessazioni, demansionamenti, emarginazione, umiliazioni, maldicenze e altro, perpetrati da parte di uno o più individui (solitamente i responsabili) nei confronti di un altro individuo. I danni che la vittima incontra nel tempo sono lesivi della dignità personale e professionale nonché della salute psicofisica del medesimo. I singoli atteggiamenti perpetrati non raggiungono necessariamente la soglia del reato né l'illegalità, ma nell'insieme producono danneggiamenti plurimi anche gravi sulla salute e la tranquillità stessa della vittima. In Italia non esiste una legge precisa in materia di mobbing e quindi non è configurato come specifico reato. Gli atti di mobbing possono però rientrare in altri campi di reato previsti dal codice penale, quali le lesioni personali, anche colpose, che sono perseguibili di ufficio e si ritengono di fatto sussistenti nel caso di riconoscimento dell'origine professionale della malattia. La legge italiana disciplina anche il risarcimento del danno biologico, associabile a situazioni di mobbing. 
Ma veniamo al fatto. Andrea lavora da circa otto mesi in una officina metalmeccanica di medie dimensioni in Imola. Alla decorrenza del primo contratto, appena qualche mese fa, gli è stato prorogato per una durata di due anni e mezzo, vista la crescita positiva che aveva fino allora fatto nell'ambito lavorativo. “I primi sentori ci sono stati poco più di un mese fa, quando venivo rimproverato duramente per cose obiettivamente di poco conto” spiega Andrea. “Nel giro di pochissimo tempo, quasi senza rendermene conto mi sono ritrovato in una situazione grottesca; ogni giorno venivo rimproverato e umiliato per cause a volte nemmeno riconducibili a me, il giorno dopo stessa storia nonostante avessi cercato di adattarmi alle prescrizioni del giorno precedente. Insomma in breve ho avuto la certezza che si cercasse ogni pretesto per attaccarmi. I colleghi sostengono che questi comportamenti sono usuali e di non farci caso, ma io non la vedo così. Non si tratta solo di diverbi, ma vere e proprie vessazioni alle quali non posso nemmeno rispondere o giustificarmi perché immediatamente mi si mostra la differenza dei ruoli”. Insomma lo stile è quello del 'io sono il capo ed ho ragione'. Le motivazioni apparenti di questi rimproveri sarebbero il peggioramento dei tempi produttivi di Andrea. “Ma io ritengo di lavorare come prima se non meglio, anche se va notato che mi vengono affidati lavori più complessi che richiedono più tempo da parte mia, considerato che non ho molta esperienza con gli strumenti tecnici utilizzati in questa officina”. Anche questa potrebbe essere una sorta di strategia ai fini del mobbing. Alla fine si resta con un po' di amaro in bocca e ci si chiede che dovrebbe fare Andrea. Ha un buon lavoro, e di questi tempi non è così semplice, ma ha perso la tranquillità anche nella sua vita privata per la pressione continua che subisce. Ributtarsi nel mondo delle agenzie? Ricominciare tutto da capo? A quanto pare la scelta non spetta a lui. In tempi di crisi nera come questo, dove la situazione lavorativa e quindi economica di moltissime persone è appesa a un filo, appare oltremodo odioso vedere alcune aziende che si dilettano a giocare con la pelle dei dipendenti. “Il lupo perde il pelo ma non il vizio”. 

(e.a.)