Imola. Totò e Vicè, come gli angeli, si sono dispersi nell’aria, in cielo, spariti sulle tracce del sogno, protagonista invisibile e indiscusso della scena per l’intera durata dello spettacolo omonimo fondato sul testo bellissimo di Franco Scaldati. Quasi un’ora di poesia pura che, ironia della sorte, oltre a chiudere i battenti della brevissima edizione del festival “Acqua di Terra, Terra di Luna” 2012, mette la parola “Fine” a 12 anni di festival. Sì, perché nonostante le proteste di molti e la petizione promossa dall’associazione  Tilt, da sempre partner del festival stesso, non ci sarà la 13ª edizione. Tre dei quattro Comuni della Vallata del Santerno hanno dato forfait e si sono tirati fuori.
Certo, i Comuni  navigano attualmente in pessime acque finanziarie ma spesso le difficoltà economiche divengono un alibi. “Acqua di Terra, Terra di Luna” è stata, in questi anni, una delle manifestazioni di maggior livello culturale in assoluto, realizzata con una quantità di risorse più che ragionevole, considerati i costi medi della ri/produzione teatrale e, in genere, dello spettacolo. Risorse messe a disposizione da sponsor e da più Comuni del territorio. Si aggiunga, particolare non irrilevante, che per le peculiari modalità di svolgimento degli spettacoli, questo festival è stata un’occasione concreta di valorizzazione del territorio appenninico imolese, ad incontrare quell’esigenza di valorizzazione ambientale e turistica che da anni i Comuni della Vallata del Santerno dichiarano di voler realizzare.
E allora? E’ evidente che non ci sono solo motivi finanziari a monte di questo triste ed infausto epilogo. Il festival è stato ispirato fin dalle origini da un senso preciso, come hanno sottolineato i direttori artistici Randisi e Vetrano, oggi venuto meno, al punto da far propendere per la chiusura. Infatti non si è tratttato solo di organizzare spettacoli nella stagione estiva, in modo da garantire alle Amministrazioni locali un’offerta di intrattenimento rivolta alle rispettive comunità, ma si è promosso un progetto culturale di alto livello. Un livello espresso dalla scelta di testi, attori, registi fra i migliori in assoluto della scena italiana e non, di qualità indiscussa e indiscutibile, proposte  che fanno riflettere (come sottolineato da Enzo Vetrano) e incontrano le inquietudini di un tempo travagliato, ricco di domande e contraddizioni. La cultura è questo. E’ memoria e conoscenza ma è altresì la capacità di confrontarsi con tematiche attuali che richiedono pensiero, creatività, visione del futuro e ricerca di risposte agli interrogativi del tempo presente.
Proprio ciò che manca in questo tempo arido e angusto, capace solo di rifugiarsi nella certezza di quegli eventi che mobilitano grandi quantità di pubblico ma rappresentano un temporaneo diversivo alle ansie quotidiane creando relazioni temporanee e, in parte, effimere. Ma certo non meno costosi, anzi. E allora sono la sensibilità e la cultura di coloro ai quali compete di scegliere ed investire risorse a fare difetto. La cultura e le sue manifestazioni non sono solo aggregazione e divertimento, sono identità, ricerca collettiva, espressione di un comune sentire spesso latente che, dal momento che si manifesta ha il potere di creare un nuovo patrimonio collettivo, una nuova coesione capace di cambiamento concreto e ultima ma non meno importante, una nuova identità. Perché la cultura è identità, da sempre.
La fine di questo festival esprime una mancanza di coraggio nelle classi dirigenti del territorio. Mancanza di coraggio nel misurarsi con temi complessi e scomodi quando affrontano contraddizioni, valori, convinzioni con cui si rischia di entrare in conflitto, dove conflitto significa scelta, presa di posizione, innovazione.  Meglio la banalità che mette d’accordo tutti o proposte più tradizionali legittimate e avallate dall’abitudine. In un’epoca di crisi in gran parte economica ma non solo, il rischio è che a farne le maggiori spese siano proprio i valori di riferimento, le concezioni, le idee, la capacità di creare, sui quali si fonda inevitabilmente l’opportunità di un cambiamento intenzionale e condiviso, deciso a costruire un futuro non casuale e dunque non subìto. “Acqua di Terra, Terra di Luna” non è stato solo una realtà concreta in questo senso, nella relazione col pubblico numeroso che aveva saputo conquistarsi in questi 12 anni, ma è stato un progetto che coinvolgendo artisti di livello, ha offerto l’opportunità a tanti ragazzi e ragazze del territorio di sperimentare la musica, il teatro, la scrittura da protagonisti, con i numerosi laboratori, parti integranti del festival. In questa modalità sta il valore culturale del progetto stesso, affermando i linguaggi artistici come strumenti e occasioni di esperienza alla portata di tutti/e. Un’occasione per “provare” la cultura e sperimentare la dimensione creativa ed espressiva di se stessi/e, una preziosa offerta formativa umana. A tutto questo si rinuncia per rifugisarsi più comodamente nel noto e nella consueta routine di un territorio chiuso in se stesso e privo di una visione capace di andare oltre il presente e la sua conservazione e di investire sulle proprie risorse.  Un messaggio davvero poco confortante che mi auguro incontri un’ampia massa critica di contrasto.
(Virna Gioiellieri)