Che il tessuto manifatturiero italiano sia in crisi è cosa ormai nota. Certo ci sono comparti che reggono ancora molto bene, che non solo resistono alla crisi ma che sono riuscite ad aumentare le vendite internazionalizzando il loro bacino di riferimento. Tuttavia un elevato numero di imprese manifatturiere italiane, quelle piccole realtà industriali nate di solito nel Dopoguerra e che hanno fatto la fortuna di molte famiglie, languono, sono sempre più schiacciate da questo modello economico. A schiacciarle più di tutto non è la crisi. A schiacciarle è la globalizzazione. La crisi più che una causa sembra una conseguenza.

Questi concetti si leggono quotidianamente sui giornali e i blog di tutto il mondo. Si tratta tuttavia di dinamiche complesse, dinamiche che una persona comune non riesce a capire fino in fondo fino a quando non se le trova davanti, non ne diventa parte esso stesso. A quel punto la parola globalizzazione diventa sudore sulla tua pelle, odori tanto forti che quasi ti stordiscono, tracce di vite lontane che si intrecciano in modo strano con la tua vita. Ti accorgi in un solo momento che la Cina è più vicina di quello che immaginassi.
Questa scoperta l’ho fatta qualche mese fa lavorando per una piccolissima ditta dell’Emilia Romagna di cui preferisco non fare il nome. Questa ditta nasce intorno agli anni ’70 producendo e commercializzando lucchetti. Un grande capannone con diversi macchinari con cui artigiani locali producevano congegni meccanici complicatissimi, serrature sempre più complesse per rendere il più difficile possibile ogni forma di scasso. Una ditta che dava da lavorare ad una decina di persone. Una ditta a conduzione famigliare tipica di quel tessuto industriale che ha reso l’Italia una delle prime potenze economiche al mondo.

Poi negli anni ’90 succede qualcosa. Qualcosa di irrimediabile che stravolge per sempre il loro mondo produttivo; l’invasione del mercato italiano di lucchetti “Made in China” ad un costo molto basso. Alla piccola ditta di lucchetti non rimane che accantonare i torni e gli altri macchinari in un angolo e cambiare identità. “Ormai non possiamo più produrre lucchetti – mi rivela il titolare – i nostri costerebbero tre o quattro volte di più di quelli cinesi”.
Lo spirito di sopravvivenza della piccola industria di lucchetti porta a reinventarsi. E il fattore di cambio decisivo è un incontro fortuito ad una fiera internazionale con un commerciante cinese. “Ora noi facciamo produrre i nostri lucchetti in Cina” mi dice il titolare. Una fabbrica manifatturiera trasformata in un semplice capannone nel quale far transitare merci dirette alle ferramenta di tutta Italia. Dove un tempo regnava un saper fare che era un vero e proprio patrimonio collettivo, non rimangono che bravi impiegati esperti in cedole per far uscire il più velocemente possibile i container pieni di merci dal porto.

La lontana Cina si manifesta davanti ai tuoi occhi sotto forma di un container sigillato caricato sopra ad un camion. Pochi secondi per tagliare il sigillo e i portelloni vengono aperti. Una montagna di scatole riempie il claustrofobico spazio del container fino al soffitto. Non c’è spazio per l’aria in quel container. Solo merci, una montagna di merci. Appena aperto ne fuoriesce un odore che non si può definire puzza, ma che ti disorienta per la diversità con gli odori circostanti. Dentro al container ci sono i lucchetti che compreremo nei prossimi mesi nelle ferramenta di tutta Italia.
Il caldo si fa sempre più intenso e le pareti in metallo del container si arroventano sempre più. Bisogna scaricare il più velocemente possibile prima che il caldo renda il lavoro ancora più duro. Ci sono migliaia di scatole in cartone di tutte le forme e dimensioni. Alcune molto leggere altre pesantissime. Le scatole sono incastrate tra loro con una cura quasi maniacale, per fare in modo che ce ne stiano il maggior numero possibile.
Il lavoro di scarico delle merci è durissimo. I tempi serrati. Un muletto fa la spola avanti e indietro all’interno del capannone per stoccare il più velocemente possibile le merci dentro al magazzino. Il camion deve ripartire il più velocemente possibile. Il container è di proprietà del cinese che si è fatto carico della spedizione e chi sa per quali mete lontane è già indirizzato.

Durante le quattro ore necessarie per scaricare tutte le scatole dal container, ogni tanto gli occhi mi cadono sui macchinari silenziosi con cui un tempo venivano costruiti i complessi meccanismi dei lucchetti. Meccanismi tanto complessi che gli strumenti necessari per realizzarli ricordano molto quelli degli orologiai. Ora, le stesse persone che un tempo sedevano a costruire quei lucchetti, sono insieme a me a sudare dentro al container per scaricare velocemente quei pesanti cartoni. L’orgoglio del produttore, fiero per quello che fa e produce con le proprie mani, sostituito dal sorriso furbo del commerciante che dovrà cercare di rivendere al più alto prezzo possibile quei lucchetti che ormai non hanno racchiuso più nulla del suo spere. Solo il suo sudore, un sudore freddo versato sul fondo in legno di un container sul quale si vedono ancora pochi chicchi di riso che magari facevano parte del misero rancio caduto ad uno degli operai che lavorava a caricare il container.
Davanti a tutto questo capisco come è morta la manifattura italiana. E non vedo come sarà possibile uscire da questa crisi finché le cose resteranno così. “Un tempo davo da lavorare ad altre 5 persone oltre ai famigliari che conducono l’azienda. Oggi siamo solo in tre, tutti della famiglia e non ho alternativa” ad importare prodotti cinesi. “Non ho alternativa”. Questa è la parola che mi rimbomba nella mente. E questa rassegnazione mi fa tremare per il nostro, il mio futuro.
(Grasso Denis)