Può capitare di vederli, tra Bologna e le città vicine. Indossano tute con i pantaloni larghi e vecchie scarpe da ginnastica, saltano su e giù dai muri, eseguono acrobazie tra panchine e parapetti in ferro, sfruttano lo scenario urbano come se fosse un percorso a ostacoli o una giungla. L'attività che fanno si chiama Parkour e lo scopo è “muoversi in modo efficiente, fluido e sicuro attraverso la città”, come mi spiegano i ragazzi del Parkour Bologna, che ho incontrato per sapere di più su questo sport che è sempre più diffuso anche in Italia.
Ho seguito il gruppo bolognese durante un allenamento al parco delle Acque minerali di Imola. Ho imparato molto sulla filosofia di questo sport, che desta molto interesse, anche da parte di major sportive da cui però gli atleti (traceur, “tracciatori”) si tengono debitamente alla larga. “La competizione tra le persone non è lo scopo del Parkour – spiega Alessandro Provvisionato, che è insieme al gruppo bolognese sin dalla sua fondazione 4 anni fa -. L'unica sfida che abbiamo è quella contro noi stessi, e contro l'ambiente che ci circonda”.
Se le società sportive vedono il Parkour come una moda da sfruttare in senso economico, tra i cittadini comuni ci sono le più ovvie preoccupazioni per atti di vandalismo o la paura di infortuni e incidenti più gravi tra i ragazzi. “Lo scopo del Parkour è di muoversi in modo efficiente – spiega Diego Enrico, imolese esportato a Bologna -. Se per muovermi da un punto a un altro mi metto in una situazione di rischio non sto facendo parkour”. Per capire cosa intende un traceur per efficienza basta pensare a quale sarebbe la scelta di percorso migliore nel caso si fosse inseguiti da un aggressore: se perdi tempo a fare acrobazie vieni preso. “Molti ci chiedono 'Ma non vi fate male?'. Il punto è questo: ci alleniamo al meglio proprio per evitare di farci male”.
 
Una cosa che lascia un po' spaesati è la mancanza di struttura e maestri, come avverrebbe in una scuola. “Non esiste una gerarchia, ma esiste il merito – spiega il ventenne Francesco Canta -, ognuno cerca di aiutare gli altri in ciò che sa fare meglio e chi è agli inizi accetta con umiltà i consigli di chi è più bravo. Questo però può cambiare da un esercizio a un altro”. L'atteggiamento è fraterno e guardarli non è diverso che vedere un fratello maggiore che insegna al minore come arrampicarsi su un albero. “Lavorando insieme ognuno di noi è in grado di superare meglio le difficoltà – spiega Marco Donati -. Questo accade perché in gruppo ci sentiamo più sicuri durante l'allenamento e possiamo contare sul supporto degli altri”.
Il Parkour può essere praticato quasi a qualsiasi età, anche se è consigliata una certa preparazione atletica di base. “È sconsigliato solo a chi è interessato solo a fare trick solo per esibizionismo – spiega Mattia  Lagazzi -. È quando ci si allena per strafare infatti che si hanno gli infortuni. Molti iniziano a praticarlo per alcuni mesi poi smettono, perché hanno le ginocchia a pezzi”. Essere silenziosi in ogni esercizio è una buona norma per tutti loro: solo così un tracciatore sa che non sta mettendo in crisi le sue articolazioni.
Se poi pensate che sia un'attività sportiva solo per maschietti, vi sbagliate di grosso. In tutta Italia circa un tracciatore su dieci, è una ragazza, e non ha niente da invidiare agli altri nove per grinta e performance. “L'allenamento adatta il tuo corpo agli ostacoli, in modo naturale – racconta Joelle Gourdain, francese che vive a Bologna -. Alcuni si allenano in modo discontinuo, ma è importante avere costanza e non farsi abbattere. Non è facile, ma la vittoria non è eseguire un esercizio spettacolare, bensì superare i propri limiti”. A prescindere da quali siano i nostri limiti.

Le origini del Parkour
Lo sport ha origine in Francia negli anni Ottanta, come evoluzione del parcours du combattant sviluppato da Georges Hébert come parte del suo Metodo Naturale di allenamento. Il passaggio da questa forma di allenamento al Parkour è dovuta al pompiere David Belle, che nel 1998 l'ha reso più noto, coniando anche il nome con cui sarà conosciuto (Parkour deriva da parcours, percorso, ma senza s e con la k al posto della c). Tra i co-fondatori di questa pratica si considerano anche il gruppo degli Yamakasi, che lo chiamavano Art du deplacement (arte dello spostamento) e Sébastien Foucan, creatore del Free Running. Quest'ultima disciplina è dissimile dal Parkour per un aspetto essenziale: viene messa in primo piano la spettacolarità dei movimenti a discapito dell'efficienza (ma non della sicurezza).
(Andrea Montefiori)