Firenzuola (Fi). Ci hanno rubato l’acqua e nessuno se ne è accorto. Hanno distrutto uno dei nostri angoli di Appennino più belli e nessuno ha fatto nulla per opporsi. Il disastro ambientale si apre in tutta la sua tremenda verità davanti ai miei occhi e non riesco a farmene una ragione. Vado con la mia memoria agli anni in cui tutto questo accadeva e penso a dove ero, a perché non ho fatto nulla, alla mia colpevolezza per quel velo di silenzio che in pochi hanno avuto il coraggio di infrangere quando serviva. Oggi non rimangono che le lacrime. Ma forse è meglio risparmiarle, la risorsa idrica a nostra disposizione è sempre meno.

 

Fine Agosto. Alla ricerca di un po’ di frescura risalgo la strada che sale a Casetta di Tiara. Le temperature sono torride e per chi può è meglio fuggire dalla città. Per stare tranquillo decido di fermarmi nel punto in cui si incontrano il torrente Rovigo con il torrente Veccione, il torrente che scorre nella Valle dell’Inferno, quella che scende da Badia di Moscheta per intenderci. La scena che si apre davanti ai miei occhi è devastante, terribile, al limite dell’incredulità.


Alla mia sinistra il torrente Rovigo discende placido e tranquillo. Certo non se la passa bene, ma l’acqua non manca e numerosi gamberetti di fiume (non quelli killer americani!) e alcuni pesci testimoniano che la qualità biologica del torrente è buona. Una bella frescura mi rinfranca e mi riempie di gioia. Alla mia destra il torrente Veccione. Una distesa di ghiaia, neppure una goccia d’acqua, niente. Un sentiero nudo sul fondo della Valle dell’Inferno.

Torrente veccione

 

Decido di risalire a piedi la valle del Veccione. Certo, dico dentro di me, magari l’anno è particolarmente siccitoso, l’acqua non riesce ad arrivare fino alla confluenza con il Rovigo, ma di certo risalendo verso Moscheta dell’acqua ci sarà ancora, soprattutto nelle grandi pozze che ricordo si scorgono dal sentiero Cai sovrastante. Parte la risalita. La valle si fa sempre più stretta ed impervia, ed è facile capire perché a questa valle sia stato dato quel nome. Rocce, ciottoli levigati, canyon scavati dalla potenza dell’acqua, profonde vasche. Tutto parla dell’immensa potenza dell’acqua in questa valle, ma dell’acqua nessuna traccia. Eppure l’acqua c’è sempre stata in questa valle, anche nelle estati più siccitose, basta parlare con qualche zio pescatore o leggere le pagine di Dino Campana.

 

Continuo a risalire per molti chilometri ma lo scenario è sempre lo stesso. Solo roccia e caldo. Quando ormai manca poco meno di un chilometro da Moscheta alcune piante d’acqua, ancora vive ma in grande difficoltà. Anche la vegetazione sulle rive sembra farsi un po’ più verde. In questo punto, almeno fino a poche settimane fa, doveva arrivare l’acqua. All’interno di una grande fossa secca, sul fondo, sotto una pietra, nella poca umidità rimasta, un piccolo gruppo di gamberetti di fiume sopravvive a fatica. Molti altri sono morti e i loro scheletri sono a poca distanza. Risalgo ancora. Ormai mancano poche centinaia di metri al ponte di Badia di Moscheta. Ad un certo punto, miracolo inatteso, ritrovo l’acqua. Zampilla con forza dall’alto corso del Veccione, si raccoglie in un piccolo bacino naturale e scompare come ingoiata dalla terra. Dove finisce quest’acqua? Proprio qui comprendo le cause di questo disastro ambientale.

 

L’acqua del Veccione, si legge nei documenti dei comitati nati dal basso per proteggere il Mugello, finisce nella galleria drenante dell’Alta Velocità, la grande opera che permette a tutti noi di risparmiare 22 preziosissimi minuti nel tratto Bologna-Firenze. Cosa vuol dire galleria drenante? Galleria drenante vuol dire che la sottostante galleria ferroviaria raccoglie l’acqua sovrastante e la scarica dove la pendenza della galleria lo permette, in questo caso a pochi passi dall’autodromo del Mugello. Drenare l’acqua vuol dire avere un minor peso che spinge sulle pareti della galleria. Drenare l’acqua vuol dire che, volontariamente o no, si è creato un sistema esteso di microfratture che ha lacerato lo strato impermeabile di roccia su cui l’acqua scorreva, facendola sparire nelle profondità drenanti della galleria dell’Alta Velocità. Drenare l’acqua vuol dire avere distrutto uno dei più importanti ecosistemi del nostro Appennino. Appare così beffardo il cartello all’imbocco del Veccione “Provincia di Firenze. Inizio acque classificate a Salmonidi fino alla sorgente compresi gli affluenti”. I salmoni qui se li è mangiati la galleria dell’Alta Velocità. In un torrente in cui non rimangono neanche più le pozze per la sopravvivenza estiva di questi pesci, i salmonidi sono una specie estinta. Il torrente Veccione è biologicamente morto.

 

La domanda che a questo punto nasce spontanea è questa: si poteva evitare, non c’era veramente alternativa? A far aumentare la rabbia e lo sgomento basta prendere in mano una carta topografica. Tutti sanno sin dalle elementari che la via più breve tra due punti è una linea retta. Nel nostro caso invece la galleria della Tav fa una grande S, ed è proprio questa S che va ad intercettare la Valle dell’Inferno. Ora. Sicuramente se hanno fatto quella S una ragione ci sarà. Probabilmente la ragione è che hanno deciso di continuare a scavare in un contesto con rocce dure (le arenarie delle cave della pietra serena per intenderci) piuttosto che avventurarsi in contesti geologicamente più imprevedibili. Ma la domanda iniziale permane e le strade che si aprono sono due.

Torrente veccione

 

Da un lato si può dire; visto che scavare in ambiti rocciosi costa meno ed è più veloce, scelgo di produrre con grande impatto ambientale ma in cambio risparmio tempo e denaro che magari destinerò poi alle opere di compensazione ambientale. Ragionamento poco condivisibile ma ha una sua coerenza. Dall’altro lato posso invece ragionare dicendo che voglio contenere gli impatti ambientali, per questo assumerò dei costi maggiori di realizzazione, dei tempi più lunghi e garantirò un percorso in galleria più breve. Cosa è accaduto nel nostro caso? Si è scelta la soluzione con il maggiore impatto ambientale, e nello stesso tempo i costi di realizzazione della grande opera sono quintuplicati e i tempi di consegna allungati di circa 10 anni. Come spesso avviene in Italia al danno si aggiunge la beffa. E Tanta, tanta rabbia. (Grasso Denis)