Gentile Direttore,
interpreto le argomentazioni culturali di Antonio Castronuovo che lo spingono ad affermare che è meglio stare con Bologna piuttosto che nella futura Provincia romagnola, come la conclusione di una amara riflessione culturale scaturita dalla sua esperienza di direttore della rivista romagnola “La Pi?”.
Nel suo lavoro intellettuale sulla cultura romagnola ha impattato negativamente una visione della cultura romagnola come sagra delle banalità, come intrattenimento e folclore senza cultura, promossa spesso dai Comuni, dalle Banche e dalle Fondazioni. La sua delusione non è elitaria perché Castronuovo conosce perfettamente il valore della cultura popolare romagnola legata alla identità agricola e alimentare di queste terre.
Ciò che non tollera è che non ci sia un sostegno adeguato per chi vuole esprimere un nuovo pensiero sulla cultura romagnola, compresa quella popolare e che spesso, dico io, si preferisca tagliare il sostegno alle espressioni della cultura critica contemporanea invece di distribuire in modo equo le risorse tra queste e le  sagre paesane.
Non si vuole in alcun modo svalorizzare il sacrificio di migliaia di volontari romagnoli che organizzano le sagre alle quali, tra l’altro, partecipano sempre tanti cittadini. Ciò che viene sottoposto a critica sono le scelte di politica culturale che soprattutto nei piccoli comuni danno priorità assoluta ad una visione banale e omologante della cultura romagnola.
Castronuovo trae dalla sua esperienza e riflessione una scelta netta. E’ quasi una sofferta esortazione rivolta agli  imolesi che vengono invitati a non porre l’identità culturale romagnola alla base delle proprie scelte  politiche. Sarebbe un’ipocrisia! Perché se volete mettere la dimensione culturale alla base della vostra decisione è molto meglio, dice Castronuovo, partecipare alla riflessione culturale bolognese, che vede nella storia della sua Università secolare il centro di produzione culturale umanistica più importante della nostra Regione. Meglio Bologna, almeno non diventeremo complici di una cultura romagnola banalizzata e ridotta a sagra paesana.
Castronuovo conosce bene la ricchezza del patrimonio culturale e naturale della Romagna, degli Istituti culturali e della produzione culturale romagnola. La ricchezza dei Musei, delle Biblioteche, degli Archivi e dei Teatri romagnoli,
In particolare gli imolesi, gente di confine, fruiscono sia della ricchezza culturale bolognese che di quella  romagnola. Senza dimenticare che una parte crescente di cittadini imolesi non ha più le radici culturali romagnole dei genitori o non le ha mai avute in quanto provenienti da altri territori, in particolare dal Sud Italia e da altre Nazioni. Senza dimenticare che in alcuni importanti Comuni del circondario imolese i cittadini non si sentono assolutamente romagnoli. In questo contesto porre la cultura romagnola come la base della scelta in favore della Provincia romagnola sarebbe quantomeno anacronistico.
Penso che Castronuovo sia d’accordo con me quando affermo  che la cultura romagnola del passato, quella  moderna e contemporanea  non possa essere identificata  con una visione folcloristica della cultura romagnola. Ma è pur vero che il più delle volte chi evoca l’identità culturale romagnola di Imola lo fa in maniera folcloristica e in modo strumentale al fine politico di entrare nella futura Provincia romagnola. Castronuovo ha il merito di aver svelato questa ipocrisia.
Nei prossimi mesi la discussione su questi temi si svilupperà. Ma già oggi affermo con convinzione che alla base di ogni ragionamento politico ci dovrebbero essere due condizioni prioritarie: l’unità e l’autonomia del sistema territoriale e amministrativo imolese e l’unità della Regione Emilia-Romagna. Non riesco a capire come dalla divisione o dalla subalternità possa nascere una nuova energia, più feconda e  più potente per immaginare il futuro di Imola.
(Raffaello De Brasi)