Imola. Una volta ad agosto c'era il grande esodo, tutti al mare dopo essere stati tutti in coda in autostrada. Da anni però esperti di consumi e di costume ma anche giornalisti, non ultimo Gramellini su “La Stampa” di qualche giorno fa, notano che le vacanze sono cambiate, complice la facilità di raggiungere mete lontane un po' tutto l'anno, complice la crisi che costringe a pensare le vacanze come un'infilata di weekend mordi e fuggi, insomma ci siamo tutti accorti che di grandi esodi non ce ne sono più. A quanto pare tra i pochi a crederci ancora ci sono i dirigenti dell'Ausl di Imola che chiudono reparti e ne accorpano altri per sopperire alle carenze di personale dovute alle ferie d'agosto. L'ospedale di Castel San Pietro Terme è praticamente chiuso, con un solo reparto rimasto operativo, l'hospice, i pazienti di lungodegenza sono stati in gran parte dimessi, solo 5 su 21 sono ancora ricoverati nella struttura di Imola, stessa cosa per il personale, chi non è al mare è stato provvisoriamente dirottato in qualche altro reparto a coprire colleghi in ferie. A Imola si lavora con personale ridotto e reparti accorpati.
L'anno scorso il personale sanitario, infermieri e operatori, si erano mossi per scongiurare la chiusura dei loro reparti e garantire continuità nelle cure ai loro pazienti, quest'anno invece tutto è successo all'improvviso, con la chiusura al 31 luglio arrivata quando fino a pochi giorni prima si diceva il contrario. A quanto pare la mobilitazione di un anno fa non ha riscosso grosso successo nella dirigenza e si sono scelti modi più silenziosi per agire, parallelamente ad un irrigidimento delle misure disciplinari intra moenia.
Sembrerebbe che la decisione di chiudere un reparto delicato come la lungodegenza, oltre a semplificare di molto il lavoro di chi deve redigere il piano ferie del personale, serva soprattutto a risparmiare soldi, un ricovero per essere economicamente in attivo deve durare solo pochi giorni, una settimana al massimo, in lungodegenza la media è sui 25 giorni: ecco spiegate le pressioni esercitate sui famigliari sollecitando le dimissioni di alcuni pazienti. Ma poi se si pensa all'unico reparto rimasto aperto la spiegazione non regge più di tanto. All'hospice in agosto i medici fanno servizio la mattina, se c'è bisogno di loro in altri orari questi interventi vengono pagati extra, con la reperibilità nel pomeriggio e la guardia medica di notte, già il risparmio appare risicato.
A rimetterci in tutto questo sono i pazienti più fragili, gli anziani soprattutto, che d'estate hanno più bisogno. La solitudine durante il periodo estivo, oltre ai normali disagi e problemi legati al caldo, si va ad aggiungere una generale “vacanza” (etimo da vacare) dei servizi minimi socio-sanitari.
Il problema, sollevato da una lettera scritta da due cittadini preoccupati per l'immediato futuro della loro madre, ricoverata, ma sulla via di una dimissione precoce, non si è risolto e tantomeno sembra essersi chiarito neppure in seguito alla risposta rassicurante dell'Ausl.
Continuano ad arrivare segnalazioni di persone con famigliari con problemi di salute che lamentano dimissioni un po' troppo frettolose, quasi una smania di liberare letti, e scomodi trasferimenti in strutture più lontane. Castel San Pietro è la struttura di riferimento per i pazienti che vengono anche da Loiano o Monterenzio, per loro e per i loro famigliari andare a Imola è un problema in più. C'è chi ad oltre novant'anni di età è stato dimesso qualche giorno dopo un'operazione all'addome e dopo poco è stato ricoverato di nuovo, chi è stato mandato a casa con il bacino fratturato senza che fosse completata la riabilitazione o chi con un caro malato di Alzheimer ed in ospedale per una frattura aggravata da complicazioni sorte dopo l'intervento, senza aver fatto un solo minuto di riabilitazione in due mesi di ricovero, viene sistematicamente invitato a trovare una soluzione alternativa fuori dall'ospedale. Ben oltre il limite dello sconforto il racconto di chi, rivolgendosi all'assistenza socio-sanitaria per cercare una sistemazione per un proprio famigliare, ha ricevuto un paio di numeri di telefono di altrettante strutture convenzionate, “Chiami qua e aspetti che qualcuno muoia e liberi un letto”, le Pagine Gialle, a parità di servizio offerto, sono meno brutali.
Scaricare questi pazienti con le loro patologie a carico della famiglia comporta un carico enorme sia in termini monetari sia di coinvolgimento emotivo. Quanto è frustrante avere un proprio caro ammalato e trovarsi nelle condizioni di dover provvedere a lui senza le competenze necessarie o i mezzi economici per pagare un servizio fornito da altri. Le soluzioni non sono molte, o si trova una badante, il più professionale possibile, che sappia armeggiare con flebo, catetere e carrozzine o ci si improvvisa infermieri dall'oggi al domani. Se si sceglie l'assistenza domiciliare occorre tener presente che il personale dell'Ausl al domicilio ci verrà poi non certo tutti i giorni e quindi nel mentre che fare? Non bisognerà augurarsi che il paziente peggiori per avere qualche attenzione in più? L'alternativa è scegliere un centro convenzionato o privato, meglio prima diventare ricchi però perché queste strutture  chiedono una cinquantina di euro al giorno, quelle private qualcosa di più, ecco che un mese di permanenza viene a costare 1.500 o 2.000 euro, restando su tariffe base, in altri casi si parla di 120 euro al giorno. Se poi il malato non è del tutto autonomo, come avviene nella stragrande maggioranza dei casi, c'è da aggiungere al conto una badante che l'assista ai pasti, oppure occorre chiedere permessi al lavoro.
Se da un lato, come dall'Ausl affermano, in questo periodo dell'anno si riscontra abitualmente una “fisiologica riduzione dei ricoveri” dall'altro non si capisce perché un reparto con meno pazienti non possa lavorare in maniera accettabile con meno personale. Oltre a ciò è lecito chiedersi se una diversa organizzazione del turn over tra i dipendenti non possa risolvere una buona fetta di questi problemi, in estate non chiude poi tutto, centri commerciali ed outlet ad esempio con il loro carico di futilità e leggerezza sono sempre lì, aperti, freschi ed accoglienti, perché un ospedale che offre servizi estremamente più importanti e preziosi deve essere da meno. Perché l'aziendalismo militante che ha convinto tutti a ragionare quasi solo in termini di produttività non ha reso gli ospedali pubblici più simili a quei supermercati aperti anche la domenica e l'ha fatto diventare invece più simile ad un impianto industriale di trent'anni fa?
(Leonardo Bettocchi)