Cavezzo. È giorno di partenze al campo delle “Brigate di solidarietà attiva” a Cavezzo. Dopo una settimana di permanenza per me, come per alcuni altri ragazzi, è giunto il momento di tornare a casa, di tornare alla vita di tutti i giorni, di tornare alla “normalità”. Ma c’è chi rimane, invece, e rimane ad affrontare una quotidianità del tutto diversa. C’è chi non ha più la propria vita di tutti i giorni. Effettivamente non ha più nemmeno una casa. Piangono i ragazzi di Cavezzo, quelli che il sisma lo hanno vissuto in diretta, quelli che al campo delle Bsa collaborano spontaneamente con i volontari venuti da tutt’Italia per dare una mano, ma per i quali, loro malgrado, non giungerà mai il momento di staccarsene per tornare ad una realtà totalmente diversa, dove il terremoto e i problemi relativi sono solo un problema lontano, altrui. Ma in quelle lacrime non c’è solo l’addio a noi ragazzi, che molto abbiamo condiviso con loro in questi giorni; c’è anche l’amarezza dell’essere, ancora una volta, costretti a rimanere lì e guardare i propri amici tornare alle proprie vite, la consapevolezza che, sebbene al campo ci sia un continuo ricambio di volontari che si alternano, verrà un tempo in cui loro, i cavezzesi, saranno lasciati a loro stessi.
Le Bsa sono un’organizzazione fondata inizialmente da Rifondazione comunista, presto però distaccatasi da ogni legame con i partiti in favore di una gestione orizzontale del potere, che si autodefinisce mediante assemblee collettive durante le quali si decide che cosa fare e come spartirsi i ruoli. E le cose da fare ci sono, e sono tante. Nel campo sono stati allestiti un magazzino con il relativo spaccio che distribuisce vestiti e altro – inizialmente anche cibo, ma in seguito ad un’ordinanza comunale non è più possibile distribuirne ai residenti, i quali possono rifornirsi al cosiddetto Campo Abruzzo, tenuto dalla Protezione civile. Ad esso hanno però accesso, per l’appunto, solo coloro che possano dimostrare di aver la residenza a Cavezzo e che siano stati di conseguenza muniti di una speciale tessera. Questo provoca chiaramente molti disagi, e numerose ogni giorno sono le situazioni problematiche che si presentano al punto d’ascolto. Si tratta di una trovata a mio parere molto intelligente che permette di raccogliere le esperienze delle singole famiglie, monitorare il generale livello di necessità ed aiutare tutti coloro che non ricevono sufficiente assistenza dalle istituzioni. Innumerevoli sono i nuclei famigliari che si rivolgono a noi per cercare conforto psicologico ma anche un quotidiano aiuto materiale, e tra essi non vi sono solo famiglie la cui abitazione è inagibile. A necessitare di un sostegno sono soprattutto famiglie di stranieri, spesso monoreddito, precari o con lavori stagionali, o addirittura disoccupati da prima del sisma. Per non parlare di chi ha perso il lavoro a causa di esso. Sono famiglie spesso composte da numerosi membri, che risentivano della crisi già da prima che il terremoto colpisse l’Emilia. Ed è proprio qui che si innesta l’ulteriore lavoro delle Bsa, che non si limita più al puro assistenzialismo, ma si è ormai espanso verso orizzonti politico-istituzionali che portano il campo di Cavezzo a sobbarcarsi responsabilità quali il dialogo con le istituzioni per risolvere le svariate situazioni problematiche che continuamente si presentano alla nostra attenzione.
Ma la cosa che mi ha più (favorevolmente) colpita per quanto riguarda l’efficienza del campo sono le “staffette”. Ogni giorno partono almeno quattro macchine che si diramano verso la campagna e i comuni limitrofi a Cavezzo, per portare beni di prima necessità direttamente a casa di chi ne ha più bisogno e si trova nell’impossibilità di spostarsi. In uno sconfortante scenario dove molte giunte comunali hanno abbandonato il proprio comune, ignorando la responsabilità propria delle amministrazioni locali e lasciando letteralmente allo sbando delle realtà di migliaia di persone, gli aiuti che il campo delle Bsa distribuiscono sono diventati un’ancora di salvezza per molte famiglie e un punto di riferimento per intere comunità.
Alla fine della settimana passata a contatto con le innumerevoli problematiche economiche, sociali ma anche psicologiche provocate dal sisma mi sento di dare un bilancio tutto sommato ottimista sulla ripresa dell’Emilia. La rete di organizzazioni e autorganizzazioni che si sta creando, i vari comitati autonomi locali, quali ad esempio “Ricostruiamo la bassa”, e soprattutto la volontà di riscatto che vedo dipinta nello sguardo dei ragazzi di Cavezzo che ogni giorno vengono al campo per partecipare attivamente alla ricostruzione della propria terra fa ben sperare che si possa evitare un, diciamo, “Abruzzo 2”. Certo, c’è ancora molto da fare. La situazione case è tragica, molti paesini che ho avuto modo di vedere in prima persona durante le staffette sono completamente distrutti, la maggior parte delle case sono inagibili e i fondi governativi tardano ad arrivare. Inoltre, causa crisi, i rimborsi per la ricostruzione delle abitazioni (diventata obbligatoria a carico dei privati, sotto pena di reato) verranno erogati solo all’80% causa crisi. Ma la voglia di ricominciare è tanta, si percepisce dalla laboriosità dei ragazzi, che sempre più spesso si fermano a partecipare anche alle assemblee. E mentre, passato ferragosto, i volontari Bsa sono sempre di meno, i giovani cavezzesi che collaborano con il campo sono sempre di più.
E speriamo che anche il resto della popolazione decida di prendere attivamente in mano il proprio destino. Perché, se si aspettano le istituzioni….
Ricostruiamo la Bassa, dal basso.  
(Andrea Pelliconi)