Roma. Confermata, nel corso del Consiglio dei ministri del 10 agosto 2012, la soppressione della sezione distaccata imolese del Tribunale di Bologna, nonostante il parere difforme espresso il 31 luglio precedente dalla Commissione Giustizia del Senato. E’ quanto si apprende dal comunicato stampa n. 42 del Consiglio stesso.

Iter e motivazioni della decisione
Il provvedimento era nell’aria. Il ministro della Giustizia, sulla scorta di una legge delega in scadenza il 13 settembre 2012, ha fortemente voluto una riforma radicale della geografia giudiziaria del nostro Paese, portando il Consiglio dei Ministri a deliberare l’eliminazione di 220 sezioni distaccate, considerate dalla Severino “un modello organizzativo precario ed inefficiente sotto il profilo della produttività e della carenza di specializzazione, con un impiego di risorse spropositato rispetto alle esigenze”. Ciò è stato fatto, come lo stesso Guardasigilli riconosce, “nonostante le richieste di mantenimento di alcune di esse”.
Richieste che, per quanto riguarda Imola, avevano coinvolto, oltre agli organi corporativi della classe forense, anche diverse istituzioni, tra le quali il Comune di Imola e, da ultimo, come si è detto, la Commissione Giustizia del Senato.

Le incognite
I tempi e le modalità previsti per lo smantellamento delle sezioni distaccate non sono ancora chiari. Di sicuro, l’iter sarà lungo: un ufficio giudiziario, per quanto di dimensioni contenute, non si trasferisce nel giro di qualche settimana. Non si può escludere, tra l’altro, che qualcuno decida di sottoporre la legittimità della decisione al vaglio della Corte Costituzionale. Ammesso che la revisione della geografia giudiziaria, così come delineata dal ministro Severino, riesca, essa avrà ricadute notevoli sul nostro territorio, almeno sotto un duplice ordine di profili.

Le probabili ricadute operative
In via immediata, infatti, la riforma imporrà una riorganizzazione del funzionamento degli uffici giudiziari a livello locale. Del lavoro di competenza della sezione distaccata di Imola dovrebbe farsi carico direttamente il Tribunale di Bologna, anche se al momento non si capisce come, né con quali esiti. Come ben sanno tutti gli addetti ai lavori, infatti, la situazione di cancellerie ed ufficiali giudiziari del capoluogo è, già oggi, seriamente critica e, salvo miracoli organizzativi, dirottare su Bologna la mole di incombenze provenienti dall’imolese (oltre che dalla sezione distaccata di Porretta Terme) non potrà che rendere ancora più lenta e, in ultima analisi, inefficiente l’amministrazione della giustizia.

Le possibili ricadute sociali
L’effetto meno plateale, ma, potenzialmente, più preoccupante di tale riforma potrebbe essere, tuttavia, quello sociale. In un Paese caratterizzato da realtà provinciali piuttosto popolose e certamente forti in termini di produttività, sottrarre, come si tende a fare, enti ed istituzioni ai piccoli centri per agglomerarli tutti nelle grandi città rischia, a gioco lungo, di provocare un impoverimento (nella peggiore delle ipotesi, addirittura un inaridimento)del tessuto sociale delle zone periferiche le quali, ironia della sorte, saranno via via sempre più estese. I costi sociali di tale possibile deriva ad oggi, non sono preventivabili. Con specifico riferimento alla realtà imolese, tra l’altro, ad essi potrebbe aggiungersi anche una perdita della propria specifica identità, storicamente ben distinta da quella di Bologna.

Conclusioni
Nessuna riforma strutturale è indolore e siamo nel mezzo di una crisi finanziaria a fronte della quale alcune voci dell’agenda di Governo, tra le quali spicca senz’altro il contenimento della spesa pubblica, sono diventate improcrastinabili. Pur con questa consapevolezza, si sente l’esigenza di richiamare un semplice concetto di base che, nella folle corsa al risparmio degli ultimi mesi (che cerca di arrestare gli effetti dell’altrettanto folle corsa allo sperpero che, per decenni, l’aveva preceduta) rischia di essere perso di vista. Al centro di tutto deve sempre essere messo l’Uomo, al cui servizio le istituzioni e la stessa economia devono essere primariamente poste. Le riforme che non fanno bene alla popolazione non sono buone riforme. E questo con buona pace di valori, certo importanti, ma pur sempre strumentali, quali “produttività” e “specializzazione”.   

(Veronica Alvisi)