IMOLA. Preparate voci e mani da alzare verso il cielo questa domenica, 9 settembre: saranno in concerto a Imola i Modena City Ramblers, per la Festa di CGIL e ANPI che si tiene al centro sociale La Tozzona (ore 21.30, ingresso gratuito). Lo show è una delle ultime tappe del Modena City Buskers Tour che ha tenuto impegnata la formazione modenese per la maggior parte di questa caldissima estate. A più di un anno dal loro ultimo disco, Sul tetto del mondo, e a pochi mesi dalla presentazione del progetto corale, Battaglione Alleato, i Ramblers hanno deciso di presentarsi su molti palchi d'Italia con una performance “da strada”. Per l'occasione abbiamo fatto quattro chiacchere con Massimo “Ice” Ghiacci, storico bassista della band.
Che tipo di spettacolo ci aspetta questa domenica?
“Quello che abbiamo pensato di proporre con il Modena City Buskers tour sono le atmosfere e l'atteggiamento tipici della musica da strada. Infatti ci esibiremo solo con strumenti acustici, anche se sono amplificati. Un'altra novità interessante è la scelta dei brani, metà della scaletta della serata è stata votata dai fan sul nostro sito (www.ramblers.it). Alcuni dei pezzi proposti, come Fabbricante dei Sogni o Veleno, non li suonavamo da una vita.”
Lo spettacolo è una specie di ritorno alle radici, all'anima della musica?
“In realtà siamo sempre stati un gruppo che ama più le performance live che lo studio di registrazione. Ogni album che abbiamo pubblicato in passato era più che altro una presentazione di quello che avremmo arrangiato e poi suonato sul palco. È la ragione del nostro esistere come musicisti, e forse la nostra fortuna: al giorno d'oggi nessun artista campa delle vendite dei soli dischi, come un tempo. I nostri album hanno sempre assunto vita vera soprattutto sul parco. Per certi versi abbiamo sempre avuto un'attitudine da Buskers.”
A un anno dall'ultimo disco siete usciti con un nuovo progetto, Battaglione Alleato, e un tour dalle sonorità ancora diverse. Evoluzioni nell'aria?
“Questo tour ci ha dato molte soddisfazioni, ma è un tour di passaggio, prima di altri progetti. Battaglione Alleato invece è stato più simile a 'un passo di lato', non lo identifichiamo come vero e proprio disco della band. Punta a una visione corale della musica che sposiamo da sempre, con confronti e collaborazioni ad ampio spettro, ma è come un side-project a cui hanno collaborato tutti i ramblers come singoli musicisti assieme ad altri artisti.”
Da Combat Folk in poi il vostro sound è cambiato, come raccontate questa evoluzione lunga quasi vent'anni?
“La nostra è la storia di un gruppo che fa musica per passione ed ha la fortuna di essere seguito, ma è sempre la passione che ci ha spinto a scegliere di fare ciò che facciamo. Arriva il momento in cui ti trovi davanti a un bivio, perché sai di non poter proporre davanti al pubblico un repertorio con la stessa freschezza degli inizi. Abbiamo deciso viaggiare verso l'ignoto, sapendo che non stava scritto da nessuna parte che la gente dovesse seguirci. Ma siamo sempre stati un gruppo dall'attitudine folk, un genere che sa rinnovarsi e diventare più forte quando subisce influenze da altri generi e identità musicali, come quelle che abbiamo avvicendato durante gli anni.”
Cosa rimane del Combat Folk che vi ha lanciato agli esordi?
“Rimane tutto e nulla. L'atteggiamento è sicuramente lo stesso, anche dopo tanti anni e tanti dischi: ce ne freghiamo (in modo un po' punk) e utilizziamo il linguaggio del folk e la sua energia vitale per comunicare ciò che riteniamo importante. Eppure rimane nulla, perché tutti noi siamo diventati più grandi, come musicisti e come persone, rispetto alla musicassetta del 1993. In mezzo ci sono vent'anni di esperienze. Devo ammettere però che negli ultimi tempi i nostri live sono tornati al vecchio stile, più acustici, ma non vuol dire che nel futuro staccheremo gli amplificatori. Avremo sempre la voglia di rincorrere, attraverso le canzoni, delle risposte che non arriveranno mai. Il bello sta nel viaggio.”
Cosa vuol dire suonare come un Ramblers nell'Italia oggi?
“L'Italia ha bisogno di un certo tipo di militanza e attenzione all'attualità e a ciò che ci capita attorno, anche nella musica. Il nostro modo di farlo è con il folk e il suo linguaggio, cercando di parlare di ogni argomento in modo un po' lirico, attenti alle lezioni dei grandi folksinger, come Bob Dylan o Guccini. Inoltre c'è il piacere di salire su un palco e fare musica insieme con pretese cretine: non ci consideriamo artisti con la A maiuscola, ma artigiani della musica. Saliamo sul palco con la consapevolezza di essere noi stessi, senza il peso di una maschera da portare o l'angoscia che la gente continui a sentirci. Siamo completamente liberi, ed è questa la nostra più grande fortuna e soddisfazione.”
(Andrea Montefiori)