Imola. Il risveglio mattutino è fatto delle sue routine. Il suono della sveglia, il profumo del caffè, i titoli dei giornali, lo spread, gli indici azionari. Freddi dati che ti scivolano addosso senza troppo ferirti. Succede invece che ti risvegli una mattina e oltre alla solita routine ti accorgi che la politica esiste ancora, che ancora ha al suo interno una carica ideale, che ancora può veramente cambiare in meglio il mondo in cui abitiamo. L’antipolitica che tutto sembra pervadere per un momento sembra dileguarsi.

 

Una legge per fermare il consumo di suolo in Italia, una delle più grandi emergenza nazionali, una minaccia che ha già fatto sparire ampie porzioni del “Belpaese” sotto una spessa colata di cemento. Una minaccia che pende sulla nostra testa da oltre 60 anni e a cui nessuno si è mai premurato di porre un freno perché tanto si sa, buona parte dell’economia nazionale si regge sul settore dell’edilizia.


Ed ecco che ti svegli una mattina e leggi che il Ministro alle politiche agricole, alimentari e forestali, Mario Catania, ha proposto un ddl di pochi punti in grado di interviene al cuore del problema del consumo esagerato di suolo. Segno che i vari movimenti innescati negli ultimi mesi, da Slow Food di Carlo Petrini al Movimento “Salviamo il Paesaggio”, hanno prodotto i loro frutti.

 

Di questo decreto si sentiva parlare già da luglio ma in pochi speravano potesse arrivare sulla scrivania di Mario Monti. Ieri invece la presentazione ufficiale, con Monti che è arrivato a dire “forse avremmo dovuto inserire questo decreto nel Salva Italia, perché qui c'è molto di salvezza di un'Italia concreta”. Sembrano passati secoli da quando lo sviluppo dell’Italia doveva partire dai Piani Casa e dalla deregolamentazione delle leggi urbanistiche.

 

Pochi gli articoli proposti ma molto efficaci, in grado di colpire al cuore le logiche su cui il consumo di suolo si è basato. Il primo punto è stato spiegato con grande chiarezza dal Ministro Catania. “Abbiamo introdotto un sistema che sostanzialmente prevede di determinare l’estensione massima di superficie agricole edificabile sul territorio nazionale. Questa quota, quindi, viene ripartita tra le Regioni le quali, a caduta, la distribuiscono ai Comuni. In questo modo otterremo un sistema che vincola l’ammontare massimo di terreno agricolo cementificabile distribuendolo armonicamente su tutto il territorio nazionale”. In questo si sono ispirati al modello tedesco, che utilizza efficacemente questo sistema già da alcuni decenni.

Secondo punto. Divieto di cambiare destinazione d’uso a quei terreni agricoli che hanno usufruito di aiuti economici nazionali o europei.  Tale divieto si estende ai 10 anni successivi all’ottenimento dei fondi.

Terzo punto. Incentivi per il recupero e la manutenzione di edifici agricoli e urbani abbandonati.

Quarto punto. Istituzione di un registro, presso il Ministero delle politiche agricole, in cui potranno entrare tutti quei comuni che non intendono inserire nei loro piani urbanistici nuove forme di consumo di suolo o che, se anche lo prevedono, si mantengano al di sotto del valore individuato dallo Stato. Un buon tentativo per far sì che il modello di Cassinetta di Lugagnano (MI), il primo comune che ha bandito dai suoi piani urbanistici il consumo di nuovo suolo, non rimanga un caso isolato.

Quinto e ultimo punto, nonché anche il più importante e a mio avviso decisivo, il divieto di utilizzare gli oneri di urbanizzazione (e tutti gli altri tributi legati alle nuove costruzioni come i Contributi di Costruzione e le sanzioni per il mancato rispetto delle prescrizioni del Testo Unico dell’Edilizia) per le spese correnti dei comuni. Questo è il vero punto della questione, la vera causa della crescita senza freni del consumo di suolo in Italia. E solo intervenendo su questo punto, senza deroghe e machiavellismi vari, l’intero ddl raggiungerà il proprio scopo.

 

I consensi alla riforma sono piovuti da tutte le parti, destra e sinistra, movimenti ambientalisti e rappresentanze degli industriali. Certo si tratta ancora solo di una bozza e visti i pochi mesi che mancano alla fine del Governo Tecnico si stenta a credere che questa bozza possa mai essere approvata. Ma qualcosa si è mosso, non si parla più solo di spread e finanza. Forse qualcosa è veramente cambiato nel nostro paese. Al prossimo governo il compito di appoggiare questo cambiamento e questa rinnovata speranza. (Grasso Denis)