Spett. redazione,
l’art. 27 dello Statuto del Comune di Imola, istituisce la Commissione Pari opportunità fra uomo e donna definendola come “strumento di partecipazione delle istanze e delle forme associate delle donne sul territorio”. Ad essa sono attribuite funzioni propositive e di espressione di pareri “sulle politiche di pari opportunità e sugli atti fondamentali del Consiglio Comunale in materia”. Recita inoltre che è “riferimento degli organi di governo dell’Amministrazione per le funzioni suddette”. Leggo il senso di questa norma come la volontà dell’Amministrazione comunale di acquisire un punto di vista di genere (quello femminile nel caso come azione positiva)attraverso una sede democratica. Il chè significa che il confronto fra diverse realtà ed esperienze dovrebbe sintetizzarsi in un punto di vista sessuato quale contributo alla determinazione di politiche locali in grado di migliorare la condizione delle donne del territorio e di superare le disparità che l’appartenenza a tale condizione genera, nell’assicurare le stesse opportunità a maschi e femmine di determinare il proprio percorso di vita. Nei tre anni in cui ho coordinato la Commissione (non facevo parte di quelle precedenti) ho constatato come la deriva politica in cui versa da tempo il nostro Paese ai vari livelli, abbia eroso quella cultura politica che, forte dei valori etici e morali che concepiscono la politica stessa come servizio alla collettività, assicura la dinamica dell’esercizio democratico. Un fattore indispensabile per l’efficacia delle politiche territoriali che possono arricchirsi grazie alle tante esperienze e competenze della società civile a patto che si sia disponibili al confronto e al senso critico come fattore di miglioramento. Ho trovato invece grande confusione nell’interpretazione di ruoli e funzioni istituzionali, la disabitudine al confronto e al dubbio e scarsa capacità di governare i processi e le dinamiche proprie di una realtà complessa e articolata. Ha prevalso una concezione burocratica della Commissione, il più delle volte oggetto di informazioni unilaterali da parte dell’Assessorato, con un metodo di relazione incline alle forzature e all’acquisizione di contributi singoli individualmente negoziati. La mancanza di supporto alla richiesta di documentazione e di dati su alcuni temi e l’ambiguità di gestione hanno contribuito a renderne improduttivi  l’operato e a relegare la funzione di coordinamento ad un ruolo burocratico e marginale. Nessun parere è stato mai richiesto sugli atti dell’Amministrazione inerenti tematiche rilevanti per le donne, nonostante accordi presi sia con la Presidenza del  Consiglio che con la Giunta all’indomani dell’insediamento. Diversi sono i fatti, documentabili, in tal senso. Nel novembre 2011 scrissi una lunga lettera alle colleghe componenti la Commissione con la quale dichiaravo l’intenzione di dimettermi, motivandola con un nutrito elenco di circostanze. A seguito della discussione in merito e di un chiarimento con l’Assessore decisi di archiviare la mia decisione. A distanza di mesi devo amaramente constatare che i mutamenti attesi non si sono verificati e si è rafforzata in me la convinzione che la Commissione rappresenti in realtà una rassicurante scelta formale di questa Amministrazione comunale, finalizzata al coinvolgimento di competenze e realtà femminili in una logica di mera cooptazione, invero priva di qualsiasi chance di contributo e apporto alle politiche di governo territoriali. L'impressione è di un organismo privo delle condizioni per esercitare un'autonomia e proporre un contributo fattivo. La composizione stessa del resto  ed i criteri su cui è fondata, denotano una scarsa chiarezza sul ruolo che essa può e dovrebbe rivestire nelle dinamiche politiche e democratiche del territorio. Vi sono situazioni infatti di chiaro conflitto di interesse che pregiudicano la libertà e la serenità di discussione e di azione e ne condizionano il lavoro creando imbarazzo e paralisi. Si invoca la partecipazione ma si annullano le dinamiche della pratica democratica, si  dice di voler fare rete fra le diverse realtà e competenze ma si pratica l’autoreferenzialità e la forzatura come metodo, si dichiara la trasparenza ma si lavora nell’ambiguità come leva strumentale e manipolativa e si è perso il senso dell’opportunità. Così non c’è relazione fra le Istituzioni e la società civile e non c’è crescita per quest’ultima e per il personale politico, convinto della sua autosufficienza. Un’occasione mancata per l’Amministrazione pubblica imolese, che perde un’occasione per costruire un dialogo reale con la propria comunità e dimostrare la propria inadeguatezza al governo del territorio.  
(Virna Gioiellieri)