Bologna. Venerdi 14 settembre 2012. Parlare della morte di una persona è sempre difficile. Perché bisognerebbe parlare della sua vita. E della sua vita, Roberto Roversi ne aveva fatto uno stile di umiltà e silenzio. Ne aveva fatto una costruzione umile senza mai lasciarsi andare a pubblicità televisive, in quanto considerava il linguaggio televisivo una lingua corrotta e deviante. La sua morte quindi si racchiude in un centro storico di Bologna, il 14 settembre 2012, mentre pochi mesi prima aveva scritto altri testi per pubblicazioni di altri poeti. La sua morte nel centro storico. Il centro di Bologna. Roversi, era il centro di Bologna. Il centro culturale che tutti desideravano conoscere, ma che tutti, me compreso, non sarà mai in grado di imitare.
Io fui tra i poeti che Roversi incontrò nella sua casa, vicino via Marconi, prima dell’ultimo trasloco. Lo incontrai qualche anno fa, volevo chiedergli una seconda prefazione per la mia nuova raccolta di poesie “Anarkoressia”. Gli anticipai la cosa al telefono e lui mi diede appuntamento. Parlammo diverse ore della situazione politica e dei mie testi che si intrecciavano con la decadenza della società politica e civile. Mi disse che avrebbe scritto senz’altro la prefazione. E nel maggio del 2011, mi arrivò per posta il suo manoscritto. “Caro Bugani, io sono qui per accettare qualsiasi obiezione – mi scrisse -. Lei non ha alcun debito con me, questo sia chiaro. Lei ha scritto, io ho letto. Questa è l’unica e vera comunicazione. Un saluto da Roversi”. Unica e vera comunicazione. Trasmissione dei sentimenti. Una lettera vera e sincera, come già mi aveva scritto nel 1997, per il mio primo libro di poesia, “I cortili del Purgatorio”, che avevo pubblicato con la Bacchilega editore di Imola. Quella prefazione che aveva firmato nel maggio 2011 era per la nuova raccolta di poesie, “Anarkoressia”, per la quale scrisse forse la prefazione più forte e dolorosa che avesse mai potuto scrivere, pubblicata poi nel 2012, dopo una lunga ricerca, con l’editore Bruno Alpini, casa editrice anarchica di Imola – Madrid.
Ma la prima volta che conobbi Roberto Roversi fu sui libri di scuola, durante le medie. Lessi una sua poesia nell’antologia di Italiano sulla strage del Vajont. Una forma e uno stile che rivoluzionava tutto ciò che avevo letto fino a quel momento. Poi pubblicai la mia prima poesia sul foglio “Lo Spartivento”, negli anni ’80, un foglio di poesia militante che faceva “girava”, com’era stile di Roversi, nelle librerie bolognesi e negli ambienti letterari e culturali. Erano fogli militanti dalla vita breve. Roversi anticipava ogni volta quella che era la poesia militante. Poi altri fogli, altre brevi pubblicazioni. Nel 1990 escono “I quaderni” de “Lo Spartivento”, con una raccolta che dovrebbe girare nelle scuole e nelle università “Le descrizioni in atto”. Una tiratura limitata e distribuita nell’ambiente culturale di Bologna. Poi la morte del figlio, docente all’Università di Bologna. Il lungo silenzio. E siamo alle ultime pubblicazioni “Il timone”. Per EnnErre. Una piccola raccolta di brevi saggi a tiratura limitata anche questa. Ma la vita di Roversi è stata la vita di un poeta che ha conosciuto la guerra, il movimento partigiano, le delusioni della falsa democrazia, ma anche le amicizie di altri poeti, che come Roversi segneranno nuovi stili nel novecento.
Cosa resta allora di Roversi? Tutti hanno scritto di tutto. Forse molti che lo avevano ignorato per il suo comportamento fuori dai canoni della comunicazione forzata, oggi lo glorificheranno e santificheranno. Per me invece, resterà l’immagine e il suono della sua voce. Il suo fare discreto ma ansioso di battaglia, una battaglia che non aveva mai smesso di combattere. E che ogni poeta ha l’obbligo, oggi, dopo la sua morte,  di raccogliere.

(Giuliano Bugani)