Imola. Uno splendido week end di motori, di targhe che provenivano un po' da tutta Europa, di piloti accampati nei box, odore di olio di ricino al passaggio delle due tempi e ginocchia a terra in pista.

La terza edizione della “200 Miglia Revival”, che festeggiava il quarantennale dalla prima edizione vinta da Paul Smart, si è conclusa con la parata di alcuni grandi della MotoGP di ieri in sella alle due ruote che hanno conquistato i podi del Mondiale, prime tra tutte la Ducati desmosedici sulla cui sella è tornato ad impennarsi, per un giorno, Loris “Capirex” Capirossi e la Yamaha R1 domata da Luca Cadalora.


Ma, aldilà delle “parate”, della passione espressa dai tanti piloti arrivati a Imola da mezza Europa – targhe francesi, córse (che è altra cosa, rispetto alla Francia), tedesche, svizzere, belghe, lussemburghesi e via dicendo – che hanno lavorato sulle moto – Ducati, Kawasaki, Aermacchi Harley Davidson, Moto Guzzi, Yamaha, Triumph le più rappresentate – questa edizione ha visto, finalmente, una vera gara di endurance tra queste nonne della pista: quattro ore durante le quali due o tre piloti, a seconda del team, si sono alternati alla guida in una vera competizione, saponette a terra e pieghe a sangue per vincere.

Tanto entusiasmo mi ha fatto tornare alla mente alcune polemiche e boutade degli ultimi giorni sulle sorti dell'Autodromo: ripensavo a quella petizione proposta da un paleoambientalista con la quale si vorrebbe proporre la distruzione della pista per far posto ad un improbabile stabilimento termale che – probabilmente nelle intenzioni e nella fantasia dell'estensore della petizione – potrebbe e dovrebbe portare a Imola la medesima notorietà internazionale che le ha conferito l'Autodromo.

moto in bagarre nella 200 Miglia RevivalDue considerazioni: la prima riguarda la competenza in marketing territoriale di un personaggio il quale avrà innegabili abilità nel progettare spazi verdi ma di sicuro non ne ha altrettante in ambito turistico. Il voler pensare di creare un'altra struttura termale per costruire – come suggeriva il signore – una filiera che da Bologna scende verso il mare significa non aver chiaro il fatto che questo tipo di turismo non naviga in acque floride e, oltretutto, creare una concorrenza così ravvicinata tra uno stabilimento e un altro significherebbe togliersi clienti vicendevolmente. In ogni caso si spenderebbero molti denari per un'impresa che, anche se non dovesse rivelarsi fallimentare (e le premesse non permettono questa visione ottimistica) senz'altro richiederebbe investimenti ben più consistenti di quelli dedicati all'Autodromo (e, per certe parti, coperti dall'Unione Europea) il cui rientro sarebbe, appunto, aleatorio e dilazionato nel tempo.

La seconda considerazione riguarda invece una delle critiche che vengono portate all'Autodromo come scusa per diminuire le giornate di pista asserendo che l'Impresa è in crisi, non riesce a fare introiti e quindi tanto vale ridurne l'impatto ambientale, quasi come un regalo fatto ad un bimbo un po' capriccioso per non togliergli un giocattolo.

la partenza per le 4 ore di enduranceEbbene, se vogliamo – e dobbiamo! – considerare l'Autodromo alla stregua di un'Azienda questo ragionamento è quantomeno delirante: sarebbe come se dicessimo che un'Azienda è in crisi, e lo è per la scarsa produttività, e allora riduciamone ulteriormente gli spazi produttivi. A parte il fatto che una ragione per la quale ci può essere un calo dei frequentatori della pista è legato al costo per l'accesso, riducendo quindi le giornate, per arrivare al pareggio sarebbe necessario alzare ancora le tariffe. Meglio quindi – invece – aumentarle, le giornate di pista, in maniera da ottimizzare i costi riducendoli perché permetterebbero a più appassionati la frequentazione dell'Autodromo. Ma, si sa, tutti i discorsi sono solo delle scuse portate avanti da chi, andato a vivere attorno all'Autodromo, vorrebbe a questo punto sradicarlo per aumentare il valore dei loro immobili, quando non poter lottizzare una zona senz'altro appetibile, insomma, il bene dei soliti “happy few” contro il volere della stragrande maggioranza degli imolesi.

la Ducati desmosedici di Ma, tornando alle cose davvero importanti, concludo con le ultime considerazioni su questo week end appena concluso: anche se corre dovere di denunciare folli manovre pseudo ambientaliste contro il vero simbolo di Imola nel mondo, quando sei in pista, nei box, nel paddock o anche solo sulle tribune (anche su quelle “self made” di chi ha casa attorno all'Autodromo) respiri la vera passione. Aldilà del piacere di girare in mezzo alle moto, vedere così tanta gente che si illumina per la propria passione ti fa pensare che il mondo non è tutto di plastica, appiattito su messaggi omologati provenienti dalla televisione: le tende sistemate nei box o nel paddock da piloti o appassionati che hanno percorso centinaia, o migliaia di chilometri per presentarsi a questo appuntamento imolese  fa capire che in giro c'è ancora gente “viva”, e Imola e gli imolesi dovrebbero essere orgogliosi di contribuire a questo.

E Imola dà appuntamento al 2013 per la quarta edizione della 200 Miglia Revival.

Paolo Bastoni – www.motoinmoto.info