Borgo Tossignano (Bo). Alpinista, prima “sotto casa” e poi per 15 anni in giro per il mondo, in seguito studioso, i suoi studi sulle leggende dello Yeti sono stati pubblicati nel 1999, mentre l'anno prossimo darà alle stampe un nuovo libro, risultato di una ricerca decennale sulle montagne sacre. Reinhold Messner ha scritto molti altri libri raccontando le sue esperienze di scalatore e di uomo che conosce se stesso testando i propri limiti messo alle strette dalla Natura. Poi ancora politico, eletto come indipendente per i Verdi al Parlamento europeo, montanaro che si prende cura di tre masi in Sud Tirolo, ora l'ultima sfida, anche se sfida ammette essere una parola che non gli piace, quella che lo vede impegnato come creatore di musei. Sono al momento cinque infatti, quattro in Sud Tirolo ed uno in Trentino, i musei della montagna che Messner ha voluto e creato allo scopo di non far morire una cultura così fortemente minacciata ai nostri giorni.

 

Chi ha letto i suoi libri lo conosce già nella veste di filosofo, per gli altri, presenti sabato 22 settembre a Tossignano (Bo), deve essere stata una piacevole sorpresa quella di essere coinvolti in un'appassionante conversazione sull'Etica della montagna, con il grande esploratore, ora fiero montanaro, ed il giurista e storico Luigi Zanzi. L'occasione è stata il ritorno, in via ufficiale, di Messner in Romagna, a quasi vent'anni dall'inaugurazione della Gea (Grande escursione appenninica). Questa volta ha tenuto a battesimo, con una camminata nel parco della Vena del Gesso, l'Alta via dei parchi, il percorso, voluto dalle Regione e realizzato con il contributo del Cai (Club alpino italiano) dell'Emilia-Romagna, che unisce in un unico tracciato tutti i parchi del nostro Appennino.


 

Il pensiero di Messner riguardo la montagna è un pensiero che si sviluppa su contrapposizioni forti. La prima e principale parte da se stesso e vede l'uno di fronte all'altro il montanaro e l'alpinista. Due modi di vivere la montagna, anzi due montagne differenti: una è quella segnata dal millenario lavoro dell'uomo, l'altra è quella selvaggia, inospitale, dove l'uomo è solo e ancor più fragile e limitato. Questi due spazi geograficamente contigui non possono però essere più distanti: la montagna più o meno antropizzata, resa tale dall'agire umano, dal lavoro del montanaro, fonda la sua etica nella legge che si è data la società; l'altra montagna, l'alta montagna in cui l'uomo non ha mai messo piede in epoca storica, fatta eccezione per qualche alpinista in tempi relativamente recenti, è governata dall'Anarchia. Anarchia che non vuol dire caos ma responsabilità condivisa, in cui le regole non sono imposte dall'alto ma dove ogni uomo per sopravvivere deve fare i conti con la Natura selvaggia (Wilderness).

 

Dalla dicotomia Anarchia-legge si passa a quella che vede opporsi alla Wilderness le infrastrutture. Secondo Messner queste ultime sono fondamentali nella montagna antropizzata, nella montagna della legge. Le strade servono eccome se si vuole aiutare l'agricoltura delle Alpi o dell'Appennino, e con esse tutte quelle opere senza le quali queste zone si andrebbero a perdere, abbandonate ad una monocoltura arida di vita, che all'uomo non può dare né cibo per il corpo né cibo per l'anima. Del tutto opposto il ragionamento riguardo l'alta montagna, qui, dove l'uomo non va perché deve ma perché vuole fare un'esperienza forte, che gli faccia conoscere le più intime profondità del sé, la costruzione di infrastrutture perde di senso. A che scopo mettere in sicurezza, con reti, cemento, parafulmini e chissà cos'altro, alcune tra le zone più inospitali ed “insicure” del pianeta? Si otterrebbero solo l'effetto di annacquare l'esperienza, con costi per di più insostenibili. Ancor peggio, si dà in questo modo l'illusione di sicurezza, così da avere le vette più alte sempre più affollate e gli incidenti sempre più frequenti. “Se una montagna non è più pericolosa non è più una montagna ma una trappola”. La cronaca recentissima lo conferma tristemente.

 

Ultimo binomio oppositivo, che discende dal precedente, quello città-montagna. Di qua i cittadini, il popolo delle seconde case, troppo spesso veri e propri invasori degli spazi e dei silenzi della montagna, di là i montanari, troppo pochi per poter sostenere la lotta. Il rischio è grande ed è quello che la cultura della montagna scompaia spazzata via da quella della città, che ha più risorse, più rappresentanza anche in politica, maggior vigore. Occorrerebbe allora un nuovo patto tra città e montagna, una prospettiva d'intervento che Messner suggerisce al Cai in occasione, nel 2013, dei 150 anni di vita dell'associazione.

 

Dicotomie, opposizioni che mostrano come gli agenti siano diversi come diversi gli spazi dell'azione. L'Etica della montagna non può essere una sola: di montagne ce ne sono almeno due e poi fuori da queste c'è la città. Alla cultura della città, dove l'etica è quella della parola, l'etica predicata, Messner con Zanzi oppongono un'etica del fare. Goethe diceva che “in principio è l'azione” e nell'agire si fonda l'etica del montanaro come quella dell'alpinista, che nella società risponde alla legge e nella Wilderness risponde solo alla Natura. Ecco allora apparire un'Etica che non è mai definitiva, che cerca di definire e ridiscutere il senso delle cose, di volta in volta nello spazio e nel tempo. (Leonardo Bettocchi)