Da un lato confesso che mi ripugna prendere posizione a favore di un collega i cui comportamenti e opinioni suscitano in me sentimenti poco lusinghieri, ma mi consolo pensando che – in effetti – questa mia posizione non riguarda la persona di Alessandro Sallusti ma solo la figura professionale che (secondo me indegnamente) l'ex direttore di Libero ricopre.

Premessa: ho già detto che sono suo “collega” in quanto sono anch'io giornalista, non solo, sono anche direttore di alcune testate, quindi un margine di conflitto di interessi nella mia perorazione esiste.


Però, nonostante la mia categoria non goda (purtroppo anche a ragione, spesso) di grande popolarità, mi piacerebbe poter contribuire, con qualche ragionamento, ad un discorso che, comunque, si sta sviluppando nel Paese, aldilà di certe folli e populistiche “grillate” che , peraltro, mi ricordano da vicino un certo atteggiamento superficiale e populista tanto diffuso nell'Italia del ventennio, quello precedente, non quello più recente, anche se molte similitudini vi si sono potute ravvisare….

Non entro assolutamente nel merito delle ragioni della sentenza contro Sallusti, non conosco assolutamente la materia, ma entro nel principio. Parlando di legge si dice comunemente che la pena dovrebbe essere commisurata al reato commesso. Premesso che dalla stampa berlusconiana abbiamo tutti potuto vedere attacchi e offese gratuite e infondate a tutti gli avversari politici, ma queste schifezze da pennivendoli (come diceva quel comunista conclamato che era Indro Montanelli contro cui Berlusconi mosse le sue corazzate) hanno creato solo un danno d'immagine. Danno che può essere risarcito in sede civile con condanne che vadano a toccare profondamente il portafoglio dell'incauto (e disonesto) estensore di articoli lesivi. Oltre a questo anche il nostro Ordine può comminare (e l'ha già fatto nel passato, anche se il grande pubblico non ne è a conoscenza) condanne esiziali per un giornalista, quali la sospensione dalla professione per periodi più o meno lunghi – provvedimento di cui Sallusti ebbe già a godere, così come Feltri –  o, addirittura, definitivi con la radiazione come capitò a Renato Farina per i suoi rapporti con il SISMI che lui stesso ammise.

Ma la galera no.

La galera è per i ladri, gli assassini, per coloro che truffano la povera gente arricchendosi alle loro spalle, per coloro che pilotano un fallimento che porta sul lastrico i propri dipendenti mantenendo (o addirittura migliorando) la propria situazione patrimoniale. La galera non può essere per chi esercita il proprio diritto ad esprimere un'opinione, quand'anche lesiva con dolo della dignità altrui.

Oltretutto il comune cittadino – grazie anche alle possibilità offerte oggi da internet – può dire peste e corna di chiunque (si ascoltino le invettive a ruota libera di Grillo) rischiando, a malapena, una sanzione pecuniaria, nonostante si possa godere (come Grillo) di un pubblico estremamente vasto, un giornalista, invece, deve stare attento ad esprimere le proprie opinioni perché se dovesse toccare gli interessi del Potere rischierebbe di finire al “gabbio”. E questo significa che i cittadini non sono tutti uguali di fronte alla legge, mi sembra.

Insomma, che si scriva (o si diriga) su un piccolo magazine di settore, come faccio io, o che si sia responsabili della comunicazione nazionale e internazionale di un grande quotidiano da centinaia di migliaia di copie è semplicemente ingiusto equiparare il danno provocato da un articolo a quello provocato da chi vende la morte sotto forma di eroina o chi deruba i propri dipendenti come fece Calisto Tanzi. Oltretutto il danno della diffamazione può essere (onestamente, parzialmente) corretto con la pubblicazione, con la medesima importanza della notizia incriminata, della smentita, mentre i poveri cristi derubati dei loro risparmi dal padrone della Parmalat non saranno mai completamente risarciti….

Insomma, mi tocca dire come Voltaire (molto citato in questi giorni) “sebbene non condivida niente di quel che dici mi batterò fino alla morte affinché tutto possa farlo!”. Quindi: rivediamo questi codici che ci condannano al silenzio, come categoria e, come conseguenza, Sallusti libero (purtroppo!)….

Paolo Bastoni – www.motoinmoto.info