Imola. “Ormai anche Checco Costa ed Enzo Ferrari che lo fecero nascere 40 anni fa, stenterebbero a riconoscere la loro creatura”. Così sul “sabato sera” si esprimeva Piero Petrini nell’imminenza dei grandi lavori previsti all’autodromo. Era l’11 febbraio 1995 e ormai era sicuro che a Imola si sarebbe ancora corso il Gran Premio di San Marino, la gara che dal 1981 aveva fatto entrare la storica pista nel gran “circo” della Formula 1.
Il ministero per i Beni Culturali aveva appena approvato il progetto del Comune per modificare il tracciato della pista. Nel lungo documento destinato a dare il via libera alle ruspe (cfr. lo stesso numero del giornale cittadino) venivano ovviamente richiamate le tutele di leggi vecchie e nuove, nonché i vincoli gravanti sull’antico parco delle Acque minerali, ma l’area del gioco del tamburello veniva definita marginale e gli interventi che ne prevedevano l’eliminazione “non rilevanti sotto il profilo paesaggistico-ambientale”.

Tra le argomentazioni portate a sostegno fa riflettere la considerazione che, nel definire la pista “realtà storicamente consolidata”, ne riconosce il merito quale “freno all’espansione edilizia”. Come dire che se non fosse per quell’ingombrante e rumorosa presenza, le colline su cui giace l’autodromo (quelle che tanto piacevano a Enzo Ferrari e che lo indussero a battezzare l’autodromo “piccolo Nurburgring”) sarebbero state aggredite da ville e villone, senza che il Comune potesse/volesse frapporvi ostacoli: il taglio di un pezzo di parco, dunque, come minore dei due mali rispetto alla supposta incapacità/impossibilità del governo cittadino di resistere alla pressione di persone interessate a edificare le aree collinari. Del resto bastava adottare misure simili a quelle che furono prese dal Comune di Bologna, a suo tempo (e si parla di 40/45 anni fa), quando con un sapiente Piano regolatore impedì qualsiasi tipo di costruzione sulle colline bolognesi. Norme che, almeno fino a pochi anni fa, sono state sempre rispettate. A Imola, invece…


Ma ritorniamo all’autodromo imolese, ai tanti anni precedenti la congiuntura 1994/95, a quei quarant’anni di storia importante vissuta dall’impianto a partire almeno dal 1954, dalla prima Coppa d’oro Shell ideata da Checco (Francesco) Costa. Fu la prima grande corsa nel circuito imolese, una corsa motociclistica che per circa vent’anni ebbe uno straordinario successo di pubblico. Erano i tempi di prestigiose case italiane, quando nei caffè si discuteva della Guzzi e della Gilera, di Masetti, Lorenzetti, Liberati: centauri mitici.
A volte spettatrice delle gare, a volte semplicemente testimone, ricordo che gli “eventi” si svolgevano in un eccitato clima di kermesse che noi imolesi avvertivamo crescere già dal giovedì precedente la domenica fatidica. La folla che quel giorno scendeva verso il Santerno lungo il viale Dante era uno spettacolo che faceva passare in secondo piano quel tanto di disagio che per tre-quattro giorni, per due-tre volte l’anno i cittadini dovevano sopportare, compresa la scia di rusco che rimaneva sui prati e sulle tribune al defluire delle migliaia e migliaia di spettatori venuti per le corse. Accanto alle moto (che ebbero quasi subito, nell’aprile del 1955, una vittima illustre, il rodesiano Ray Amm, il primo, ma non l’ultimo, a morire a Imola), presero via via quota le gare delle auto. Poi venne il sopra ricordato GP di Formula 1 denominato di San Marino.

Nel tempo la “creatura” che era stata partorita da due padri tanto importanti, dovendo crescere come tutte le creature, aveva richiesto sempre più “adeguamenti” di solido cemento: paddock – si capisce – ma anche muri di recinzione, e tribune, tribune, tribune (undici!), erette a scapito di prati, alberi e vecchie chiese. Furono veri e propri stravolgimenti, che chi è venuto a Imola da pochi anni non può avere seguìto.
Dal 2006 il Gran Premio di San Marino non si corre più. I grandi eventi, le belle kermesse di una volta sono venute a mancare. Le folle colorate di bandiere non percorrono più la città per andare a popolare durante un intero week-end i fianchi delle colline.

Rimangono scalinate sovradimensionate di cemento grigio. Rimane lo stillicidio di corse di modesta rilevanza che fanno comunque rumore e occupano troppe giornate della bella stagione. E allora pensare di dover stare per non si sa quanti sabati e domeniche senza potere vivere nella tranquillità del parco i colori mutevoli dalla primavera all’autunno, a molti imolesi comincia a pesare non poco. Poi circa l’impatto economico positivo sulla città nel suo complesso, i pareri sono abbastanza discordi e mi piacerebbe avere dati più precisi. Le nostre industrie  – qualcuno dice – ricavano benefici dalla fama che Imola trae dall’autodromo: io vorrei pensare che abbiano eventualmente ben altri numeri da far valere in quest’epoca di globalizzazione. Quanto alla vanità di molti imolesi di essere riconosciuti altrove come provenienti dalla città delle corse (una volta invece eravamo della “città dei matti”), fino a quando può durare questa gloria? Parliamone.
(Giuliana Zanelli)

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