Bologna. I terremoti durano, in genere, pochissimi minuti, ma le loro drammatiche conseguenze durano nel tempo e mettono alla prova tutte le strutture sociali. Alle calamità naturali si aggiungono poi quelle provocate dall’uomo, che in Italia sono particolarmente odiose. Ci sono ancora baracche nel Belice, in Sicilia, la ricostruzione dell’Irpinia fu caratterizzata dal patto scellerato fra lo stato e la camorra e a L’Aquila il centro storico è ancora vietato.
Dopo le scosse che il 20 e 29 maggio hanno devastato alcune zone dell’Emilia, la reazione è stata immediata: “Non faremo come a L’Aquila”, ha detto il commissario straordinario e presidente della regione, Vasco Errani, e ora noi siamo di fronte ad Igor Skuk, che coordina per Legacoop Emilia Romagna gli interventi delle società cooperative, per fare il punto della situazione. “Prima di tutto (come è doveroso visto il ruolo che ricopro) abbiamo cercato di intervenire nelle cooperative danneggiate. E sono tante, con oltre 4500 dipendenti in cassa integrazione. Aggiungo inoltre che la grande distribuzione e le coop sociali hanno ricevuto un colpo molto duro”.

Cosa stanno facendo questa aziende?
“Quello che si fa in questi casi: si sono organizzate, si sono rimboccate le maniche per andare avanti e noi cerchiamo di tutelarle. Il quadro amministrativo è partito bene e il commissario Errani ha organizzato una rete di vicecommissari, che sono i  sindaci delle località danneggiate, che facilita le relazioni con gli amministratori e gli interventi necessari”.


In che consiste la vostra attività, ora?
“Alle spalle abbiamo una serie di interventi per far fronte alle emergenze, poi c’è stata una grande campagna di solidarietà che ci ha permesso di raccogliere, fino ad ora, quasi 500.000 euro (e dico subito che una parte di questo denaro è destinata ad azioni che verranno fatte nella provincia di Mantova). Vogliamo sviluppare interventi puntuali, ma con progetti che comprendano anche la ricostruzione delle comunità. E’ stato più volte richiamato il  ‘non faremo come a L’Aquila’: ebbene, quella decisione ci assegna un ruolo molto importante, quelle di connettori del tessuto sociale e comunitario lacerato dal terremoto”.

E sul versante dei finanziamenti?
“Sono arrivati quasi 700 milioni di euro dall’Europa, che ha così riconosciuto il valore strategico, dal punto di vista industriale, di quelle zone. Con quelli che arriveranno, grazie alle decisioni si potrà lavorare alla ricostruzione degli immobili. Ricorro al la tabella di marcia: prima le scuole, poi case, imprese, case e infine centri storici e immobili rurali. E per tutti vale un principio: si lavora per garantire la ricostruzione, e quindi il denaro pubblico è finalizzato a quello (ovviamente con la messa in sicurezza degli edifici danneggiati)”.

E in effetti abbiamo assistito ad un terremoto particolare.
“E’ vero. Abbiamo avuto, fortunatamente, poche vittime, danni gravi alle abitazioni, danni eccezionalmente elevati alle strutture industriali e agricole”.

Quindi sembra essere, per la parte materiale, solo un problema di ricostruzione.
“Questo ragionamento non vale per il patrimonio rurale, che è oggi protetto dal piano paesistico. Un piano di regola conservativo e allora dobbiamo rispondere ad una domanda difficile: come si possono sposare gli interventi che servono per la messa in sicurezza con le regole esistenti? Si deve intervenire sulla legislazione urbanistica, senza dimenticare che oggi moltissime case rurali sono soltanto un cumulo di mattoni. Una situazione diversa ma altrettanto problematica riguarda i centri storici. Sarebbe meglio ricostruire guardando al di là del finanziamento al singolo soggetto. Occorre un’opera di concertazione (c’è il recupero dei privati, poi abbiamo gli spazi pubblici, le strutture commerciali e i luoghi della cultura) perchè per rifare la ‘piazza’ non basta la somma dei singoli interventi ma serve un progetto complessivo. E faccio qualche esempio. In alcune città, se verrà adottato questo processo, si potranno fare cose nuove come ad esempio una profonda riqualificazione tecnologica. E ancora: la popolazione residente nei centri storici è normalmente anziana, e forse un tipo di ricostruzione all’avanguardia, con l’uso della domotica, può riqualificare in maniera notevole quegli spazi. Per noi è indispensabile riunire intorno al tavolo della ricostruzione tutti i cittadini, le imprese, le associazioni e anche la chiesa”.

Alla parola terremoto si associa, quasi automaticamente, la criminalità organizzata. Cosa fate per dare garanzie rispetto alle imprese, in particolare quelle che fanno riferimento alla Lega delle Cooperative?
“Noi dobbiamo garantire che le nostre imprese seguano i protocolli di comportamento che abbiamo da tempo adottato e che sono molto selettivi. Lo sono perché sappiamo bene che la criminalità organizzata ha seriamente infiltrato alcuni settori cooperativi. Poi entrano in gioco le forze dell’ordine e la magistratura, a cui sono affidati controlli che noi non possiamo ovviamente fare. E cerchiamo di renderci conto che il manager mafioso qui non avrà le vesti del criminale cinematografico. Quanto ai bandi per la ricostruzione noi poniamo un problema di forte rilevanza: dobbiamo sostenere le piccole aziende locali”.

Per finire parliamo di finanziamenti e di rapporti con il sistema bancario.
“Si tratta di un problema enorme. Per ora è stato messo a punto un sistema di convenzionamento a tassi agevolati che va sotto il nome di ‘cambiale di Errani’. Si tratta di un titolo che deriva dal fatto che la Regione riconosce al singolo cittadino un danno e di conseguenza gli riconosce il diritto ad una richiesta di finanziamento, a tasso agevolato, per il ripristino (e solo quello) della sua abitazione. Noi auspichiamo un meccanismo analogo (oggi è valido solo per le abitazioni private) anche per le aziende”.

(Michele Zacchi)