Si è consumato in un silenzio assordante il trasloco, da Imola a Bologna, della preziosa collezione di pianoforti del Maestro Franco Scala, direttore dell’Accademia Pianistica di Imola. E sarà silenzio quello che questi strumenti lasceranno alla città. Ed è stato silenzio quello che è seguito alla notizia apparsa in alcuni giornali.
E sarebbe stato preferibile il silenzio totale delle Istituzioni locali, anziché la difesa d’ufficio tentata dall’assessore alla Cultura che ha imputato al costo dell’operazione l’impossibilità di tenere a Imola questo patrimonio.

Quello dei cittadini imolesi invece, nella maggior parte dei casi, si può definire come un “silenzio degli innocenti” poiché sono stati solo sfiorati da questo avvenimento. Solo sfiorati perché mai messi a conoscenza, con la dovuta enfasi, della portata storica, culturale ed anche economica della collezione. Le istituzioni usano vari modi per ottenere il favore dei cittadini a sostegno delle scelte politiche, sociali e culturali che sono chiamati a fare. E’ naturale che siano ormai esperte anche nell’orientare gli interessi e le risposte della città. Mesi di articoli, ben orientati, hanno di volta in volta convinto gli imolesi che continuare ad avere un autodromo in perenne perdita e moroso verso il Comune, fosse una fortuna per tutti. Anche i continui articoli sulla necessità di un rientro a Imola della squadra di pallacanestro Andrea Costa hanno indotto a pensare che faceva bene il Comune ad accollarsi l’onerosa spesa dell’adeguamento del PalaRuggi per fare risparmiare a quella società sportiva privata il costo dell’affitto del palazzetto di Faenza.


Per la collezione di pianoforti si è fatto scorrere decisamente meno inchiostro e tante informazioni in meno, come mai? Non si liquidi, quindi, come scarso interesse per l’esodo della preziosa collezione la mancata reazione della città. Non si pensi che nessuno imolese aspiri ad altro che al museo dei motori. E’ vero che l’Accademia Pianistica di Imola è forse più conosciuta ed apprezzata all’estero e nel resto d’Italia che qua, ma la colpa non è dei cittadini, no. Quelli che la musica già la amano si vantano di questa eccellenza e sanno quanto lustro dia alla città. Agli altri occorrerebbe spiegarlo, e bene, e questo è il ruolo che dovrebbe avere l’Ente pubblico, valorizzando e facendo conoscere e capire ai propri cittadini le eccellenze del territorio.

Orientare il gusto di una città è responsabilità anche della sua classe dirigente che non dovrebbe usare i soli strumenti della propria cultura e dei propri gusti, ma dovrebbe sentire vivo l’obbligo di ampliare le offerte culturali e di diversificarle, dando così la possibilità di accostare il pubblico a quelle arti che, troppo spesso, per ignoranza e superficialità, vengono ancora liquidare come “difficili, noiose pesanti”. Per molti anni ci siamo vantati della nostra psichiatria ed eravamo noti ovunque per questo. Poi siamo diventati la città della Formula Uno, ed è passata anche questa. Abbiamo puntato molte risorse per eventi come “Imola in musica”, il Baccanale, li abbiamo pubblicizzati fino alla sfinimento e la città ha risposto con entusiasmo ed in massa, non perché sia sensibile solo ad un certo genere di offerta, ma perché ha bisogno di cultura e non solo di svago e cerca di raccogliere tutto ciò che viene proposto.

Il Festival pianistico che l’Accademia ha organizzato in luglio, ha dimostrato che Imola riempie le sale anche per i concerti e sa riconoscere i talenti quando li può ascoltare, e sa fare tifo da stadio per i mostri sacri ma anche per i giovani talenti che sono venuti qua da tutto il mondo, per imparare, a Imola, a cercare la perfezione musicale. E noi non ci vantiamo, non vogliamo diventare la “Città della musica” almeno per un po’? I cittadini, silenziosi ma innocenti, forse avrebbero voluto vantarsi anche di avere uno dei più preziosi musei del pianoforte, oltre che di una delle più prestigiose Accademie pianistiche.

In tempo di crisi è follia pensare che anche l’arte e la cultura possano attirare su di noi l’attenzione da parte di altri paesi e magari riuscire a creare un indotto redditizio per la città? O dobbiamo anche noi dire che “la cultura non si mangia”? Sarà ma fa stare tanto meglio!
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