Riceviamo e pubblichiamo questo articolo inviato da Gabriele Zaniboni, consigliere provinciale del Pd, tratto dalla rivista online “Qualcosa di Riformista”, in quanto rappresenta in maniera esaustiva il suo pensiero.

Oggi al vertice del più grande partito d'Italia c'è un'oligarchia spaventata. Non tanto da Matteo Renzi, ma da se stessa. Dalle proprie sconfitte, dalla propria incapacità di parlare all'Italia, dal proprio pressappochismo. Dal dato dei sondaggi, che segnala spietatamente che l'anno prossimo per il Pd voteranno svariati milioni di italiani in meno. Dalle svanite sicurezze in cui s'è crogiolata negli ultimi anni, a partire dall'affidamento su una sinistra europea che oggi vira al centro, mentre il Pd marcia a sinistra.


A eccezione di Romano Prodi e Walter Veltroni, che hanno scelto di chiamarsi fuori dalla contesa delle primarie, oggi chi guida il Pd verso le primarie lo fa come fosse un'azienda familista del capitalismo italiano: è disposto cioè a tutto per tenere la “ditta” piccola, purché resti a gestione familiare. Non si vogliono primarie vere e un partito aperto perché si ha paura di perderne il controllo. Meglio non crescere in partecipazione e consenso, piuttosto che rischiare di perdere quote di sovranità.

La questione non è formalista e male fanno a renderla tale gli aedi della poesia delle primarie. La prosa organizzativa di un partito, il suo modo di gestirsi al suo interno, rappresenta il manuale d'istruzione di come quel partito si rapporterà al suo esterno. Il modo in cui regoli la tua democrazia interna coincide col modo in cui ti relazionerai all'esterno nella competizione democratica per la ricerca del consenso. Il modo in cui scegli di fare le primarie corrisponde al modo in cui costruirai la tua offerta politica per le elezioni.

Le regole per le primarie di coalizione ci sono già: sono quelle del 2005. Qualsiasi tradimento di quel regolamento rappresenta l'ennesima manifestazione della paura dell'oligarchia del Pd. Lo sforzo da fare per ottenere che le norme siano quelle già utilizzate in passato non è tanto nell'esercizio burocratico, quanto nella cultura politica. Un orizzonte di governo condiviso che, non solo pretenda che il regolamento sia quello del 2005, ma richieda anche un massimo comune divisore (e non un minimo comune multiplo) tra i programmi e i posizionamenti in campo.

Se si scelgono le primarie per selezionare i leader, si sceglie di deporre lo scettro dell'oligarchia per cedere sovranità al popolo degli elettori, nei termini di una scelta consapevole e conseguente di costruzione di un partito capace di parlare a tutta la società italiana. In un momento di crisi della politica così drammatico, occorrono primarie con regole aperte, perché la cosa di cui abbiamo più bisogno è una nuova legittimazione. Non capire questo significa non vivere nei tempi presenti.

Forma e sostanza pari sono. E chi non le fa muovere insieme o non capisce che, per dirla con Gramsci, «ogni distinzione tra il dirigere e l'organizzare indica una deviazione e spesso un tradimento», e allora deve smetterla di fare politica, o, più semplicemente, è un furbetto.