Bologna. Giuseppe Dossetti (1913-1996) è sicuramente una delle figure più complesse del Novecento italiano. Partigiano e prete, politico e uomo di religione, studioso e uomo di azione, ha partecipato attivamente alla Costituente e al Concilio vaticano II. Alla prova dei fatti un riformatore vero, osteggiato per questo dai conservatori del suo partito, la Dc, e delle gerarchie vaticane. Su di lui è stato realizzato un film documentario alla vigilia dei cento anni della sua nascita, dal regista bolognese Lorenzo K. Stanzani, con lui a produrre il film l’imolese Mauro Bartoli per Lab film.

Il film, 68 minuti ridotti a 55 nella versione televisiva che andrà in onda quest’autunno su “La storia siamo noi”, racconta con interviste e immagini di repertorio, bellissime quelle della Bologna degli anni ‘50, la vita ed il pensiero di Giuseppe Dossetti. L’infanzia tra Cavriago e Reggio Emilia, gli studi a Bologna e poi a Milano con Fanfani e La Pira. La Costituente e la politica con la Dc fino all’abbandono nel 1952. Il ritorno a Bologna in consiglio comunale, poi il sacerdozio e il Concilio vaticano II, la comunità e la Terrasanta. Un pensiero sempre attivo, alto sui fatti e le persone, una visione d’insieme e una profondità di ragionamento invidiabili. La prima impressione è che Dossetti oggi sia di un’attualità incredibile: nel ‘52 lascia i vertici della Dc perché si era reso conto della sostanziale impossibilità della politica, per come veniva (e viene) fatta, di cambiare davvero le cose, nel ‘94 anziano e ormai malato dà  in poche parole un ritratto di Berlusconi che se compreso avrebbe risparmiato al paese parecchio di quello che ha passato in seguito. E poi la polemica contro chi voleva un partito di cattolici, la sfiducia nei confronti dei politici della seconda Reubblica, la volontà di riformare la chiesa, l’esortare costantemente a ricordarsi come le grandi conquiste una volte ottenute debbano essere difese. Il mondo di Dossetti è ancora il nostro mondo, e forse altro non potrebbe essere.


Abbiamo parlato con Lorenzo K. Stanzani, regista di “Quanto resta della notte” (Lab film,  2011).

Ci spieghi il titolo?

La frase del titolo è una citazione biblica (Isaia, 21). “Sentinella, quanto resta della notte? – la sentinella risponde – Viene il mattino poi anche la notte, se volete domandare domandate. Convertitevi, venite”. Dossetti quando riporta queste parole nel 1994 ha ben presente di vivere un periodo buio, la notte era nell'immaginario di quegli anni, Sergio Zavoli e La notte della Repubblica ad esempio. Chiedersi quanto resta della notte, anche se non si conosce la risposta, è importante. Significa avere comunque consapevolezza che la notte c'è, il domandarselo vuol dire essere attivi, vigili.

Come sei arrivato a conoscere la storia di Giuseppe Dossetti?

Un paio di anni fa, girando “Cartoline dall'Emilia Rossa”, un documentario storico sulla politica in Emilia-Romagna. Intervistando Gigi Pedrazzi, consigliere comunale nella Bologna degli anni '50, fondatore de Il Mulino, intellettuale e storico dei movimenti cattolici, mi raccontò di una frase che Dossetti pronunciò in consiglio in occasione della guerra di Suez nel 1956. “Odo rumor di catene da entrambe le parti”. Una settimana dopo l'Urss avrebbe invaso l'Ungheria. Dossetti vedeva schiavitù sia nella Russia comunista che negli Stati Uniti del consumismo. Sono stato subito colpito dalla sua lucidità di analisi.

Perchè un documentario?

Il documentario è un genere che mi piace. Anzitutto mi piace farli, nel documentario si lavora in pochi non ci sono primi violini, e poi i tempi sono più lunghi e ti permettono di lavorare meglio. Si gode di una certa libertà anche riguardo la storia che si vuol raccontare. Le storie possono essere complesse, non immediate, come quella di Dossetti, storie che su altri mezzi di comunicazione non avrebbero speranza di essere raccontate. In quale altra situazione ci si mette 50 minuti a riflettere o a sentire qualcuno che parla di uno stesso argomento? Non succede mai a meno che uno non vada a un convegno o a una conferenza, ma in questo caso l'argomento interessa già. Il documentario è ottimo come primo aproccio ad un argomento, poi si può decidere di approfondire.

Cosa c'è di attuale nel pensiero di Dossetti?

Non è tanto l'attualità del suo pensiero quanto la profondità, il suo sapere vedere il mondo oltre la cronaca del quotidiano. Quando Dossetti diceva di vedere in Berlusconi “una signoria medicea basata sul consenso mediatico” non era un genio, sapeva vedere quel che altri non vedevano. Era grande questa sua capacità di considerare il contesto storico degli eventi, avere una visione ampia sulle cose. Oggi sembra assurdo che altri non avessero capito altrettanto in fretta.

Quest’estate la presentazione del film l’avete fatta in piazza Maggiore. Com’è andata?

E’ stato bellissimo, c’era tanta gente, è stata una soddisfazione personale molto grande anche se a dire la verità la soddisfazione maggiore è stata portare Dossetti, con le sue parole ed il suo pensiero, in piazza, prorprio tra Palazzo D’Accursio e San Petronio, due luoghi così significativi nella sua vita.

Il futuro del film?

Il documentario andrà in onda sulla Rai a “La storia siamo noi” di Minoli ma ancora non sappiamo quando. Poi ci sono in calendario una serie di presentazioni in giro per l’Italia, siamo già stati parecchio in giro, dalla Val di Susa a Salerno, tra poco saremo a Modena, poi  Reggio Emilia, la città di Dossetti.

(Leonardo Bettocchi)