Imola. Con queste riflessioni sul presente/futuro del circuito imolese, chiudo le mie note a margine della petizione di Mario Cacciari “Trasformare l’autodromo di Imola in un elemento paesaggistico con stazione termale”. Ma nel riproporre l’immagine del campo perduto – il più volte citato “Tamburello” – e prima di abbandonare il lato nostalgico della faccenda, desidero ringraziare gli amici Giovanna Vespignani e Rino Scheda che, su mia richiesta, mi hanno segnalato articoli e materiali. Figlio di “Pirita”, Rino è stato uno degli ultimi a praticare quel gioco assieme al giovane Marco Scheda.
Veniamo dunque all’oggi. È convinzione di molti imolesi che l’utilizzo dell’autodromo Enzo e Dino Ferrari vada ripensato tenendo conto del luogo in cui si trova e dei tempi che stiamo vivendo. Le critiche alla situazione attuale non vengono solamente da quanti abitano vicino all’impianto. Non è vero, come scrive su questo giornale (cfr. lettere del 26 e 27/9) il signor Paolo Bastoni, che “l’autodromo può dare fastidio soprattutto solo a chi ci vive vicino” e che (commenta) “avrebbe potuto evitare di andarci a vivere”. Le critiche in verità provengono da tutti quei cittadini che pensano di avere diritto a fruire del parco nella sua qualità di parco, ora gravemente compromessa dai rumori dell’autodromo.
Può darsi che le barriere antirumore destinate ad abbellire ulteriormente la zona saranno di qualche utilità per i timpani di chi ha casa da quelle parti, ma le orecchie degli altri, voglio dire di quanti corrono, passeggiano, si rilassano nel parco, chi le difende? Sarà possibile isolare acusticamente quello spazio verde di cui i “talebani” (epiteto gentile rivolto dal sig. Bastoni a certi ambientalisti) vorrebbero continuare a godere senza essere tormentati da rombi motoristici? Non basta il verde, infatti, non bastano gli spazi, occorre anche il silenzio. Chi può va a cercarseli altrove, ma chi non può?
Per tutti, e vorrei dire soprattutto per chi non è proprietario di ville, giardini, o parchi, vennero allestiti nell’Europa più civile viali alberati e spazi verdi per l’uso collettivo della cittadinanza. In quali anni e con quali passaggi le nostre Acque minerali divennero parco pubblico è stato raccontato con una minuziosa ricerca dalla studiosa Lucietta Villa (“Pagine di vita e storia imolesi” n. 13). Ora però, con le oltre duecento giornate di corse all’autodromo, siamo di fronte al vero e proprio esproprio di un bene acquisito alla comunità.
Il parco e il fiume, perfettamente contigui quando non c’erano barriere di nessun genere, sono stati a lungo il luogo delle vacanze degli imolesi di modeste risorse, che magari di questi tempi (e penso alle riflessioni di Luca Bartolucci nella sua lettera del 27/9) sono anche destinati ad aumentare, nonostante l'“Azienda Autodromo” di cui ci dà ampiamente conto Paolo Bastoni, ove peraltro non v’è cenno alla collocazione problematica di tale azienda: un dettaglio che ha un nome, parco pubblico delle Acque Minerali.
Azienda, profitto, denaro non possono essere sempre parole passepartout. L’idea di replicare nel futuro lo “sviluppo” tale e quale l’abbiamo conosciuto in questi ultimi decenni vacilla. Ce ne stiamo accorgendo in modo traumatico. Un altro progresso è non solo possibile, ma necessario.
Di tanto in tanto torna fuori il “vecchio” discorso di ampliamento delle Acque minerali, aspirazione più che legittima di una città che è cresciuta enormemente nel numero degli abitanti e nell’estensione del territorio urbanizzato. “Il piano regolatore del ’69 – ci ha ricordato Cesare Baccarini – vincolò tutta l’area interna all’autodromo, destinandola all’espansione del parco, e creò attorno alla pista una vasta zona di territorio agricolo” (“sabato sera”, 29 dicembre 2011). Nel ripensare il futuro di quell’area, possiamo anche partire da lì: non sarebbero lavori produttivi quelli dell’ampliamento (con edilizia a volumi zero) del parco? non sarebbero investimenti più degni di quelli che si fanno per mantenere in vita un impianto che non ha più possibilità di ripetere le glorie passate? E se nascesse un’Azienda “Acque minerali” per migliorare la fruizione del verde? Non sono la salute, la qualità della vita, la bellezza del paesaggio un bene da difendere anzi da ri-progettare? Le lettere che continuano ad apparire sulla stampa cittadina – quella cartacea e quella online – pongono in modo sempre più chiaro e allarmato la questione, mentre non convincono gran che le difese d’ufficio dell’esistente.
Circa la petizione promossa dal concittadino Mario Cacciari, mi piacerebbe che il confronto tra imolesi continuasse. Io non so se la sua proposta, concisa e chiara negli intenti, potrà avere sviluppi e quali. Non so se ritroveremo le acque sulfuree e ferruginose, dotate del grado di potabilità prescritto. Ma un più civile e naturale vivere in quel verde, quello sì, se lo vogliamo.(Giuliana Zanelli)

Il primo articolo


Il secondo articolo

Nella foto: L’area del Tamburello. In G. Bettini-M. Mazzetti-F. Merlini, “Imola. Un secolo di sport”