Lugo. “Oggi si guarda alle banche con malcelato sospetto. E come possiamo dar torto a chi la pensa così?” ci dice Francesco Pinoni, direttore della Banca di Romagna, con il quale abbiamo cercato di metter a fuoco la fotografia della situazione economica nell’area faentina-lughese. “La crisi è devastante nel comparto edilizio (e non è una novità), ma anche la meccanica soffre. Facciamo prima a dire chi non è in crisi: chi esporta o ha tecnologie di nicchia”.

 

Che aggettivo usare per la crisi?
“E’ strutturale, mette in luce un paese che fatica molto di fronte alla competizione internazionale. E aggiungo che abbiamo assistito al completo flop delle associazioni di categoria. Da anni si parla di internazionalizzazione, e quando si è arrivati al dunque si è visto ben poco. Non è bello da dire, ma questa assenza, per un paese che si basa sulle aziende medio-piccole e piccole grave. Le associazioni si stanno dimostrando costose, burocratiche, non efficienti”.


 

Per esempio?
“In questi giorni si parla molto di turismo. Bene, dov’è la progettualità di quel settore? Andiamo per di più all’estero divisi e senza un serio coordinamento, per cui ogni regione cerca di attrarre turisti a casa propria senza confrontarsi con le iniziative degli altri territori”.

 

Torniamo alle percezioni, questa volta davvero importanti: alle banche viene rinfacciata la finanza creativa che ha messo tutti nei guai.
“E’ vero per le grandi banche, certamente non per banche come la nostra. Fino a due/tre anni fa ci prendevano in giro per il nostro modo di operare, attento alle imprese e alle famiglie; oggi ci vengono a chiedere in che modo stiamo lavorando”.

 

Ma in un contesto segnato dalle tante difficoltà.
“La crisi, infatti, ha fatto partire processi negativi: assistiamo alla caduta del risparmio e all’aumento esponenziale delle sofferenze”.

 

E come sta la Banca di Romagna?
“Abbiamo una modesta crescita delle entrate ma siamo quasi a zero per gli impieghi: nessuno ci chiede i soldi. Intanto c’è stata una caduta verticale degli investimenti e, per lanciare un segnale ottimista, qualche cosa sta cambiando nella seconda parte del 2012”.

 

Quindi il quadro produttivo è tendente al nero.
“Non sono mai stati affrontati gli storici problemi delle medie e piccole aziende italiane che sono penalizzate dalla sottocapitalizzazione, dalla mancata crescita e adesso rischiano grosso nella fase del passaggio generazionale. C’è poi il problema di trovare forti partner internazionali. Se non si viene accompagnati in queste scelte, il risultato finale è la vendita della società a fondi esteri che stanno nei territori fino a che realizzano buoni profitti. Voglio ribadire un concetto: noi veniamo da anni di attenzione agli aspetti cosiddetti 'creativi' dell’economia ma di totale disimpegno verso il settore manifatturiero. Come ricordavo non abbiamo politiche di investimento nel pianeta globale e siamo appesantiti da cronici problemi, come quello del costo dell’energia che da noi è davvero fuori mercato”.

 

Banca di Romagna come si comporta in questa fase?
“Continua a fare la banca e cerchiamo di individuare le proposte che possono avere un futuro. Dobbiamo, però, essere chiari: la nostra azioni ha grandi limiti perché il 70% del credito è nelle mani delle grandi banche nazionali”.

 

Però in Emilia Romagna ci sono ancora esperienze come la vostra, e penso al mondo delle banche di credito cooperativo.
“Emilia Romagna, Piemonte e Trentino Alto Adige sono le tre regioni con il maggior numero di banche locali e, nel nostro caso, la collaborazione è buona. Spesso, infatti, operiamo (positivamente) in sinergia con le banche di credito cooperative.”

(Michele Zacchi)