Imola. Non raccoglie applausi scroscianti dal migliaio di persone che lo ascoltano alla sala Miceti. Ma forse è proprio così che vuole il Pier Luigi Bersani tirato nel viso e senza le sue classiche battute che ha scelto Imola per il comizio nel giorno in cui si cominciano le iscrizioni alle primarie del centrosinistra: stile sobrio e concreto per accreditarsi come uomo di governo.

Sul palco, con il segretario nazionale del Pd ci sono la segretaria dei Giovani democratici (a Imola, roccaforte dalemiana, senza alcuna eccezione tutti con Bersani) Francesca Degli Esposti che lo introduce, il sindaco Daniele Manca e il vice Roberto Visani, l’on. Massimo Marchignoli, la consigliera regionale Anna Pariani, il segretario di viale Zappi Fabrizio Castellari e Fabrizia Fiumi in rappresentanza dei Socialisti mentre l’on. Bruno Solaroli si sistema in prima fila e l’altro “grande vecchio” Nicodemo Montanari più indietro.


“Basta guardare questa sala per dire che è stato giusto tenere le primarie e farle aperte. Abbiamo avuto fiducia nella gente e abbiamo fatto bene. Mi auguro che abbiano successo anche quelle del Pdl se riusciranno a farle – comincia Bersani -. Non abbiamo bisogno del “fuoco amico” (pensa a Matteo Renzi pur senza citarlo mai, ndr) anche perché abbiamo tanti nemici”.

Quali? Eccoli in ordine di timore. “Innanzitutto coloro che sostengono che i partiti sono tutti uguali, che intercettano una protesta generica esistente della quale dobbiamo tener conto, ma che non danno risposte. Con la rabbia e basta non si governa il paese. No a chi vuole restare nel tabernacolo”. Evidente frecciata a Beppe Grillo.

“In secondo luogo ci sono poteri forti che stanno venendo fuori adesso dopo aver assistito al disastro dell’Italia degli ultimi 15 anni senza mai aprire bocca – ammonisce Bersani pensando agli industriali e a Luca Cordero di Montezemolo -. Noi siamo amici di tutti, ma parenti di nessuno”.

Infine, la stoccata “a Pdl e Lega Nord che ci hanno portato a un passo dal baratro, come la Grecia, e ora cercano di far dimenticare cosa è successo. Spesso i mass-media mi vogliono misurare il tasso di “Montismo”, ribadisco che siamo leali all’esecutivo e rivendichiamo il fatto di non essere andati alle elezioni un anno fa perché avremmo vinto sulle macerie del paese. Certo, avremmo agito diversamente sulle pensioni e su altre questioni, ma non dimentichiamo di essere ancora in un Parlamento che ha votato a maggioranza che Ruby era la nipote di Mubarak”.

“Se sarò chiamato al governo – si avvia alla conclusione il segretario Pd – punteremo su due parole fondamentali: moralità e lavoro. Metteremo una tassa sulle transazioni finanziarie e un argine ai paradisi fiscali. Più uguaglianza è la vera novità della ricetta economica necessaria per il paese. In questa città, voglio ricordare che non crescono foglie nuove senza radici”. Bersani termina finalmente con un applauso liberatorio, lascia volutamente aperte le porte al tema delle alleanze e parte per un altro tour verso Ravenna e la Romagna.

(Massimo Mongardi)