Strepitoso questo libro di Wallraff. Anzi no, mi correggo: infatti secondo il vocabolario Devoto-Oli il significato (figurato) di strepito è “vasta eco o scalpore provocato nell’opinione pubblica da un fatto inaspettato e sorprendente”. Non ci sarà nessuno strepito perché se ne parlerà il meno possibile e invece i pochi che in Italia già conoscono Gunter Wallraff non saranno sorpresi.

Chi ha il privilegio (e il peso) dell’età ricorda che, negli anni ’80, Walraff “strepitò” – in Germania e altrove – soprattutto con due libri. “Il grande bugiardo. Come la stampa manipola l’informazione: un caso esemplare” era una clamorosa inchiesta, sotto mentite spoglie, dall’interno di “Bild” (un riuscito mix di gossip, scandali, idee fascistoidi e servilismo verso i potenti) mentre “Faccia da turco”, che venne anche ristampato(nel 1992) dall’editore Tullio Pironti, raccontava il lungo e impervio cammino di Wallraff, il quale truccato da turco provava a lavorare e vivere fra i tedeschi doc.

I travestimenti del giornalista divennero così celebri da dar vita in Scandinavia a un neologismo, il verbo “wallraffa” che significa all’incirca vivere sotto maschera. E non stupisca che le lingue siano, in ogni tempo, spugne dell’attualità: dal franco-italiano “galvanizzare” che deriva dalle rane (morte) di Galvani al recentissimo “nikizzare” che, in diverse parti dell’Asia, significa (ovviamente si è diffuso a partire dalle fabbriche Nike) lavorare come schiavi.

Tornando a Wallraff, oggi sessantenne, in Italia se ne erano perse le tracce ma ora rimedia – evviva – “L’Orma” editore con “Notizie dal migliore dei mondi” (248 pagine) sottotitolo “una faccia sotto copertura”, nella traduzione di Sara Mamprin. Il mondo migliore del titolo è quello “profondamente asociale, sfacciato e arrogante” che – così Wallraff nel Post Scriptum – “si atteggia a vincitore, mentre milioni di individui declasssati pensano di doversi vergognare di una povertà di cui non hanno colpa”.

Nel libro ci sono 5 reportages: in 3 Wallraff ancora una volta assume identità fasulle mentre 2 sono più classiche inchieste giornalistiche a partire da una storia. “Nero su bianco”, ovvero “Straniero fra i tedeschi”, è la prima. Ripetendo l’esperienza di “Faccia da turco”, Wallraff vuol tingersi la pelle per passare da rifugiato africano. Esita ad assumere medicine per “scurirsi” perché esiste un tragico precedente: lo fece il giornalista statunitense John Howard Griffin (nel 1959 con il libro “Nero come me”) ma morì pochi mesi dopo perché quelle medicine gli avevano danneggiato il fegato. Così Wallraff cerca un’altra strada e alla fine incontra una truccatrice parigina che, “con una particolare tecnica spray”, lo scurisce al punto giusto. Non entrerò nei dettagli delle tragiche (con punte comiche e qualche lieto incontro) avventure del Wallraff “nero”. Esiste un’ostilità palpabile (“si può supporre che circa un terzo dei tedeschi sia dichiaratamente razzista”) verso gli stranieri in generale e gli africani in particolare ed è, come giustamente ricorda il giornalista, “alimentata dall’alto”. Wallraff ricorda anche che “la xenofobia, come l’antisemitismo, non ha niente a vedere con fatti reali e anzi è maggiormente diffusa tra le persone che non hanno contatti con gli stranieri”. Fra coloro che lo hanno aiutato in questo viaggio – da straniero in patria – c’è il suo amico Mouctar Bah che nel 2009 ha ricevuto la medaglia Carl Von Ossietzky. Di lui scrive Wallraff: “E’ questo l’unico spiraglio di luce in una storia terribile che mi ha scosso profondamente. Mouctar Bah era amico del rifugiato politico africano Oury Jalloh, morto carbonizzato nel 2005, in una cella del distretto di polizia di Dessau. Secondo la versione ufficiale si sarebbe dato da fuoco con solo con un accendino. Tuttavia è assodato che l’uomo aveva mani e piedi legati. Mouctar Bah ha dato vita all’iniziativa ‘Oury Jalloh’ e, assieme ad altri, ha fatto forti pressioni affinché la giustizia facesse luce sul caso. Nel 2006 gli è stata revocata la licenza per la gestione di un internet caffè a Dessau, punto di ritrovo per afro-tedeschi e immigrati di colore. Nel 2008 i funzionari di polizia accusati di omicidio colposo sono stati assolti”.

Non è purtroppo l’unico caso. Più avanti Wallraff ricorda che dal 1993 a oggi (il libro in Germania è uscito nel 2009): “761 profughi sono stati picchiati o feriti gravemente a causa del loro aspetto ‘non autoctono’; 67 persone hanno perso la vita in incendi dolosi; 15 sono morte dopo essere state aggredite per strada. Nel solo 2008, 17 persone hanno riportato gravi lesioni a seguito di incendi o spedizioni punitive nelle abitazioni dei richiedenti asilo”.

La seconda inchiesta “sotto copertura” è fra i senza tetto (30 mila in Germania secondo le cifre ufficiali; 350 mila dicono altre fonti). Il resoconto inizia alla vigilia di Natale quando, retorica imperante, tutti sono più buoni. Alla desolazione dell’oggi giustamente Wallraff collega la storia: “confinare il più lontano possibile matti, ubriaconi, ‘straccioni’ e altri personaggi curiosi o stravaganti è sempre stato, nei centri urbani come nelle zone rurali, un metodo per risparmiare alle persone per bene e integrate la vista di questa ‘genia di sfaccendati’. Durante il nazismo i senzatetto venivano bollati come ‘antisociali’. Con l’operazione /Arbieitsscheu/(renitenti al lavoro) furono poi rinchiusi nei campi di concentramento e maltrattati con particolare brutalità. Molte delle vittime, che erano costrette a portare un triangolo nero o marrone sulla divisa da carcerato, non sopravvissero alle sevizie. Dopo la liberazione ai superstiti venne negato qualsiasi riconoscimento da parte della Germania Ovest e in generale anche da quella dell’Est. La stigmatizzazione degli ‘antisociali’ perdurò ben oltre il nazismo”.

“Truffe telefoniche” è il titolo della terza inchiesta che porta Wallraff “in incognito” in un call center. Se per caso avete vissuto un’esperienza simile in Italia o magari conoscete la video-indagine di Ascanio Celestini o il film di Paolo Virzì e dunque siete già pronti a ricevere notizie terribili… fatevi forza: in Germania è peggio. Per molte ragioni che Wallraff spiega in dettaglio. Uno dei passaggi più sconvolgenti è “la metamorfosi inquietante” che il giornalista registra su se stesso. Fra l’esilarante e il fosco sono invece le orwelliane dichiarazioni d’amore dei dipendenti all’azienda in manifestazioni pubbliche che Wallraff racconta nei minimi particolari (e per chi sa il tedesco c’è anche il rimando ai video su youtube). Dal 2009 – grazie anche allo choc che seguì l’inchiesta di Wallraff – le cose in Germania sono leggermente migliorate ma il problema si pone ovviamente anche a livello di leggi europee.

Gli ultimi due reportages sono costruiti invece su testimonianze, ovviamente verificate con il necessario puntiglio. “Ristoranti a tre stalle” racconta “«lo sfruttamento nell’alta cucina” mentre “Il ‘demente’ intelligente” è un caso esemplare (con un parziale lieto fine ma si capisce bene che è l’eccezione) fra “errori e abusi della psichiatria”.

C’è in questa ultima inchiesta il sigillo della scienza (di certa scienza asservita, vorrei sperare, non di tutta) al “massacro sociale” in corso. Infatti il protagonista, Reiner Feldmann, viene più volte bollato come affetto da “un delirio maniacale di impoverimento o pauperofobia”. Capite? Mentre il signor Feldmann sta male e teme di perdere il lavoro – intorno a lui accade questo, ogni giorno, ma i medici sembrano non saperlo – c’è chi lo prende come una “mania”. Esattamente come scienziati compiacenti nei secoli passati coprivano il razzismo (confronta il box) con le loro parolone. Oggi si ritenta “a colpi” di Dna. C’è un’altra questione importante – con le debite differenze anche per noi in Italia – in questa ultima inchiesta: ed è la non neutralità dei periti quando sorge una controversia con il potente Ordine dei medici ma anche la complicità di moltissimi medici nel crescente “spaccio” di nuovi psicofarmaci non necessari e persino non testati, “anche a costo di inventarsi nuove malattie”. Sono, scrive Wallraff verso la fine, “i regressi” degli ultimi anni: “le ingiustizie sono aumentate e le condizioni di vita non sono affatto diventate più umane, al contrario”.

Ma qualche buona notizia c’è? Sì, nei suoi viaggi “sotto false spoglie” e nei suoi reportages, Wallraff incontra “persone che non hanno perso la speranza nella possibilità di un’alternativa né il coraggio di lottare per realizzarla”. Ma sono ancora troppo poche. E in quell’”ancora” tutte e tutti noi siamo chiamati in causa.

PS – Agli scacchisti segnalo che in chiusura del libro c’è un (bel) gioco-quesito, inserito dall’editore italiano: “il nero muove e vince sotto copertura”. In effetti sulla scacchiera capita spesso che a vincere sia il nero ma nella vita della democratica Germania è difficile, almeno se ci si riferisce al colore della pelle. Domandina (non del tutto facile) finale: e in Italia?

Box: la scienza dei carnefici
A proposito di scienziati pronti a confermare l’oppressione con il sigillo della loro autorità, ecco qualche passo da “Intelligenza e pregiudizio”, ovvero “Le pretese scientifiche del razzismo” di Stephen Jay Gould. C’è a esempio un medico americano, Cartwright, che indica nella pelle nera una malattia: “E’ la difettosa atmosferizzazione del sangue la vera causa di quella degradazione di mente che ha reso la gente d’Africa incapace di prendersi cura di loro stessi” e dà un nome, dysesthesia, a questo disturbo. Insomma esser nero è un morbo dovuto a insufficiente respirazione. Ed ecco i sintomi della malattia: “Quando è condotto al lavoro… il negro assolve al compito in maniera precipitosa… rovinando tutto quel che tocca”. Anche l’insensibilità al dolore, dice Cartwright, ne è sintomo: “Quando lo sfortunato individuo è punito, non sente dolore alcuno… né alcun insolito risentimento al di là di uno stupido malumore. In alcuni casi sembra esserci una perdita quasi totale di coscienza”. E Cartwright propone una cura. “Il fegato, la pelle e i reni dovrebbero essere stimolati all’attività per aiutare la decarbonizzazione del sangue. Il mezzo migliore per stimolare la pelle è: primo avere il paziente ben lavato, secondo cospargerlo con olio che va fatto assorbire colpendo il corpo con una cinghia di pelle; terzo impegnare poi il paziente in qualche genere di lavoro duro che lo costringe ad allargare i polmoni”. Tutto ciò – schiavitù e frustaste – per il suo bene. Questo gran medico scopre un’altra malattia. Si domanda perché gli schiavi provino spesso a fuggire… e identifica la causa in un disturbo mentale chiamato “drapetomania” cioè il folle desiderio di fuggire. Ma per fortuna ci sono i padroni ad aiutare questi poveri minorati. Ecco cosa ha scritto al riguardo Cartwright: “Come i bambini, i negri sono costretti da immutabili leggi fisiologiche ad amare chi li sovrasta per autorità. Quindi per una legge della sua natura, il negro non può fare a meno di amare un padrone gentile come il bambino non può fare a meno di amare colei che lo allatta”.

Una breve nota
Oltre che sul mio blog, questa mia recensione è uscita (e spero uscirà) in forma breve su alcune riviste di “strada”e altrove. Il box invece recupera, in forma diversa, un dialogo di “Le scimmie verdi” che per qualche tempo (quasi 150 repliche, mica poche) ho portato in giro con Hamid Barole. Quanto a “Intelligenza e pregiudizio” è un libro splendido, capace di unire rigore scientifico, storie vive, massima leggibilità e persino auto-ironia: ristampato più volte (Editori Riuniti, Il Saggiatore) ora si trova in economica da Net.
(d.b.)