Imola. Il primo impulso è quello di farsi una grassa risata, di quelle che fanno lacrimare gli occhi, poi invece si insinua il dubbio che da ridere ci sia davvero poco. Che i dipendenti comunali vogliano boicottare le prossime elezioni? Che tutto l'apparato amministrativo lavori in realtà segretamente per quegli speculatori internazionali che vogliono lasciare il nostro Paese nell'incertezza e nell'ingovernabilità dopo le prossime elezioni? Forse anche loro sono uomini (e donne) del Bilderberg, di Goldman Sachs? Forse addirittura i Maya dell'Area 51? La dietrologia complottistica sembra essere alle volte l'unica spiegazione razionale di fronte al misterioso, all'imponderabile.

 

Da un anno vivo a Imola, ho preso la residenza in questa città grossomodo a metà novembre del 2011, ma non ho ancora la nuova tessera elettorale. Poco male, da bravo cittadino che vuol dare il suo contributo alla vita democratica del Paese tutto, mi reco in Comune per richiedere quella nuova. L'impiegata dell'ufficio elettorale, efficientissima per carità, mi chiede se per caso non l'abbia già ricevuta. “Evidentemente no, sennò non sarei qui” dico io conciliante, so che è lunedì mattina per tutti. Allora l'impiegata efficientissima senza degnare di un click il pc che le sta davanti o di uno scroll il mouse vicinissimo, se ne va nella stanza accanto e ripete a qualcun altro la mia storia. Dopo cinque minuti torna e mi ripete quello che le ha detto la collega di là, e cioè che è tutto regolare, la tessera non è stata smarrita o peggio ancora recapitata a qualcun altro. “Meno male nessuno potrà votare a nome mio per il partito che odio” e mi rincuoro. E' stata stampata a fine agosto, cioè nove mesi dopo che mi sono trasferito qui e da allora è in mano ai messi comunali che me la devono consegnare. Da tre mesi i messi comunali me la devono recapitare.

 

Mi cadono le braccia, ma resisto a farmi vedere smarrito perché penso che quasi sicuramente ci sono telecamere nascoste e sono vittima di uno scherzo. “Stavate per farmela, mannaggia a voi” non faccio neanche in tempo a ricompormi che l'impiegata davvero efficiente mi scrive a matita su di un foglio di carta strappato due numeri di telefono che mi dice essere i recapiti dei messi. Li devo chiamare io e poi ci mettiamo d'accordo. Le braccia erano già cadute e allora cade tutto il resto. Non sta mica scherzando. Organizzerò un incontro coi messi comunali, magari sotto un ponte, le macchine una di fronte all'altra, uno scambio di luci con gli abbaglianti. Immagino vorranno che vada solo. Mi dovrò procurare una valigetta.

 

Cercando di capire qualcosa di più scopro che il mestiere del messo comunale anzitutto esiste per davvero, hanno pure un sito web, e nello specifico consiste nel “provvedere alla notificazione ed alla pubblicazione, mediante affissione all'albo pretorio, degli atti dell'amministrazione di appartenenza”. Un mestiere antico, che mi fa pensare all'Italia comunale, quella in lotta col perfido Barbarossa. Un mestiere sicuramente pericoloso ma ricco di avventura. Me li vedo, seduti attorno al fuoco dei bivacchi, sotto le stelle da qualche parte lungo la via della seta, le bisacce con le pergamene e la ceralacca, la guida tagika che taglia la carne secca. Chissà se troveranno la via dell'occidente gli eroici messi comunali di ritorno dal regno del Prete Gianni, o di Kubilai Kahn. Chissà sopratutto se assieme a pepe e cardamomo riusciranno a portare qua anche la mia tessera elettorale entro marzo, i primi di marzo. Dio non voglia che gli accada qualcosa di brutto ad una stazione di posta, peggio ancora che incontrino i briganti o addirittura i pirati.

 

Tutto sommato non sembra male come mestiere, ho sempre amato l'avventura e i viaggi, parlo tre lingue, ho capacità di adattamento, trovo estremamente stimolante organizzare autonomamente le mie attività, e mi piace il lavoro all'aria aperta. “Dove si fa domanda per diventare messo comunale?” chiedo. L'impiegata efficientissima sorride come se stessi scherzando e dice “No, no, ma lavorano eh, lavorano”. “Cavolo – penso – ma non è allora che hanno un doppio lavoro?”.

(Leonardo Bettocchi).