Imola. La violenza sulle donne è un fenomeno globale che ha diverse manifestazioni e forme nelle diverse società e culture, fondate su una visione maschilista. La Conferenza mondiale delle donne di Pechino nel 1995 dedicò un capitolo al tema invitando i Governi ad attivarsi per combatterla e rimuoverne le cause. La risoluzione 54/134 dell’Assemblea generale delle nazioni Unite che designa il 25 novembre come Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne arriva dopo 4 anni. La data, scelta nel 1981 da un gruppo di donne femministe caraibiche è quella in cui  le sorelle Mirabal, impegnate contro la dittatura di Leònidas Trujillo, per i diritti civili e delle donne, furono trucidate nel 1960 dal regime dominicano in un vile agguato.

Quella della violenza sulle donne è una storia lunga. Da sempre lo stupro è anche un’arma di guerra contro i popoli nemici. Clamoroso nella storia recente, il caso della guerra in Bosnia. In Italia il Codice penale collocava la violenza sessuale fra i reati contro il pudore e prevedeva le attenuanti per gli autori del cosiddetto delitto d’onore. Per modificare il Codice e collocare questo reato fra i reati contro la persona, l’Mld, l’Udi, il Collettivo Pompeo Magno, le riviste “Effe”, “Noi Donne”, “Quotidiano Donna” e Radio Lilith elaborarono un progetto di legge di iniziativa popolare e promossero una campagna nazionale per raccogliere le 50.000 firme  necessarie a presentarlo in Parlamento. La campagna ebbe un’eco vastissima e il progetto di legge fu depositato con 300.000 firme dando luogo ad una larga discussione trasversale ai movimenti, ai partiti, ai sindacati. Erano gli anni del delitto del Circeo, di Processo per stupro,  un documento filmato che riprendeva un processo per stupro che fece il giro d’Italia e indignò migliaia di donne per la violenza con cui avvenne il contradditorio processuale.

Le donne subivano violenza due volte: la prima ad opera degli aggressori, la seconda nelle aule di tribunale dove la parte lesa veniva quasi sempre, di fatto, trattata come imputata. Quei processi erano la difesa di un modello maschilista dove la donna si rendeva colpevole della violazione di un modello che la voleva subalterna e sottomessa all’uomo. Maturò la consapevolezza che la violenza su una donna lo era su tutte e si chiese la legittimazione della costituzione di parte civile dei movimenti e delle Associazioni delle donne con in prima linea le (ancora non numerose) donne avvocato. La legge cambiò grazie anche all’azione trasversale delle donne parlamentari e nacquero le prime iniziative di auto aiuto: dai telefoni rosa, alla consulenza giuridica gratuita, ai primi centri antiviolenza.

Ad Imola furono fondate, ad opera di alcune associazioni “Donne in ascolto”e “La Cicoria”. Le donne iniziavano ad avere il coraggio di denunciare le violenze subite, in qualche caso, anche quelle consumate fra le mura domestiche. La violenza in famiglia tuttavia annegava ancora nel silenzio e nell’omertà. Si chiesero impegni precisi alle Istituzioni e si sperimentarono i primi corsi di autodifesa. Nel tempo il fenomeno si è rivelato molto più frequente fra le mura domestiche e oggi la stragrande maggioranza dei casi di violenza e maltrattamenti denunciati avviene in famiglia ed è trasversale alle diverse condizioni economiche e professionali.

All’indomani dell’assassinio di Hina a Brescia viene promossa dall’Udi la staffetta contro la violenza, partita dalla Sicilia e conclusa a Brescia dopo un anno di percorso in tutte le regioni italiane. Si comincia a parlare di femminicidio; l’85% degli uomini che lo commettono sono italiani, gli altri stranieri. Viene approvata la legge sullo stalking, riconoscendo anche le molestie come reato perseguibile. Il termine femminicidio indica la natura e la qualità di un tipo di violenza perpetrata dal genere maschile contro il genere femminile. Non si tollera l’aspirazione delle donne ad essere indipendenti e più libere. Nel 2012 i casi sono oltre 100 e 129 sono stati nel 2011.

Ma l’assassinio di donne ad opera di padri, fratelli, mariti, compagni non è che la punta di un iceberg come molte/i hanno sottolineato. Ogni anno sono migliaia i casi presi in carico dai 31 Centri  della rete D.i.Re (donne in rete contro la violenza). Donne che spesso attendono anni prima di decidere di sottrarsi all’incubo di maltrattamenti e violenze fisiche e psicologiche quotidiane e che hanno bisogno di sostegno per esser aiutate a ritrovare un percorso di vita dignitoso, a ritrovare fiducia in se stesse e la forza per investire su di sé per essere indipendenti e mantenere se stesse e i loro figli.

Un fenomeno che deve trovare risposte adeguate e un impegno costante da parte delle Istituzioni e della società civile. A monte c’è una cultura patriarcale che ritiene la donna una proprietà, un oggetto di potere assoluto e c’è l’incapacità di coniugare le emozioni e i sentimenti con il rispetto, l’indipendenza e l’autonomia. Il problema è culturale ma anche politico e sociale. Uno degli ostacoli maggiori ad uscire dal tunnel della violenza è la condizione delle donne, anche nei Paesi cosiddetti civili e avanzati. Ancora oggi le donne sono penalizzate nella ricerca di un lavoro, nel mantenimento di una sicurezza economica, nella giusta valorizzazione delle loro capacità e professionalità, nella possibilità di conciliare l’esigenza dell’indipendenza economica con la cura dei figli. Non si tratta quindi di un fenomeno squisitamente criminale. Il problema è un sistema che, in quanto fondato sul potere di un genere sull’altro, fa della violenza una modalità di relazione e delle relazioni, spesso, una gabbia da cui è difficilissimo e doloroso liberarsi e la cui complessità richiede la messa in rete di competenze, sinergia , sensibilità di tutti i soggetti che hanno un ruolo istituzionale, sociale e sanitario. (Virna Gioiellieri)