Spett. redazione,

come ampiamente previsto Bersani ha vinto il ballottaggio. Come un po’ meno previsto l’ha vinto alla grande, con ampio margine. Cos’è successo tra il primo e il secondo turno? Che il Renzi ha sbagliato completamente strategia.

I risultati del primo turno erano chiari: il segretario PD, in vantaggio di 9 punti, aveva l’appoggio degli altri tre candidati e di una norma confusa e discutibile (ma votata anche da Renzi) che limitava fortemente l’afflusso di nuovi elettori. Quindi aveva già in tasca il ballottaggio.
Matteo Renzi a quel punto avrebbe dovuto capitalizzare al meglio l’inevitabile sconfitta della domenica successiva, cercando di tenere la forbice più stretta possibile.
Invece ha sbagliato strategia su tutta la linea: ha impostato la campagna sullo “scippo” dei voti nuovi, sulla rissa sulle regole, ottenendo tre risultati negativi.
Il messaggio che passava era: ”solo nuovi elettori mi possono far vincere”. In questo modo non ha particolarmente motivato i suoi elettori del primo turno, tant’è che pur avendo sostanzialmente confermato i suoi voti (1.100.000), ne ha perso qualcuno per strada, mentre Bersani forte dell’appoggio degli altri candidati poteva solo aumentare (circa 1.700.000 alla fine rispetto al 1.400.000 di partenza).
Renzi ha giocato la carta dei “nuovi” dando per scontato di non poter rastrellare nulla tra chi già aveva votato prima. E questo è stato un errore, perché è pur vero che a fronte di 3.100.000 del primo turno solo poco più di 2.800.000 hanno replicato. Ci sono dunque circa 300.000 elettori che, pur non votando Bersani, non sono stati sufficientemente motivati a votare Renzi, che aspettava l’arrivo del settimo cavalleria da fuori pur sapendo che tutti gli accessi erano presidiati: l’appello ad “andare lo stesso ai seggi” sapeva di disperazione.
Seconda questione: le polemiche. Andare allo scontro tanto da far aleggiare il sospetto di brogli non è piaciuto. Aver fatto pubblicità sui giornali a dispetto del regolamento nemmeno. Renzi ha ricalcato uno schema Berlusconiano, in cui la regola (ancorchè stupida o discutibile) una volta accettata può essere rigettata e contestata unilateralmente.
In questo modo si è posto molto lontano dal “sentire” della gran parte del popolo del centrosinistra apparendo furbesco e scorretto. Può aver galvanizzato qualcuno dei suoi ma ha allontanato molti altri.
Infine: non ha capito che aveva già vinto quello che poteva vincere. La vittoria assoluta non era alla sua portata perché Bersani poteva contare su 1.400.000 voti al primo turno e sui 600.000 voti potenziali dei suoi ex competitors che gli avevano dichiarato appoggio.
Al ballottaggio si partiva dunque da due milioni (potenziali) contro uno: il suo obiettivo doveva essere ridurre la forbice, tentare con ogni sforzo di affascinare qualche elettore che magari durante la campagna aveva cominciato ad avere dei ripensamenti rispetto all’idea di dover per forza votar Bersani. Invece neanche una parola. Di fatto ha “regalato” questi elettori al segretario senza tentare di infondere mai in loro il tarlo del dubbio…
Il Renzi e il suo staff sono stati però sufficientemente accorti da cogliere a urne aperte il loro errore e quindi di ricalibrare il finale di partita mescolando orgoglio, fair play e anche ironia. E sono stati abili a chiudere immediatamente ogni polemica su presunti “brogli” che potessero alimentare l’idea di un confronto falsato.
E adesso?
Adesso palla a Bersani: l’uomo ha già il fiato sul collo dei cacicchi (D’Alema, Bindi, Marini, Fioroni e tutta l’allegra compagnia). Al di là delle dichiarazioni di rito ora deve decidere: può tenere una linea continuista, portandosi dietro i vecchi baroni, e al contempo neodemocristiana e correntista, blandendo un po’ di qua Vendola e un po di là Renzi e poi fuori i Casini e via elencando. Oppure cogliere un’occasione forse irripetibile. L’idea è quella di passare dall’attuale PD, un ibrido indigeribile, un’accozzaglia di sigle e di spezzoni di ceto politico direttamente stagionato nella prima repubblica, a un nuovo partito: un contenitore ampio, al cui interno convivono diverse componenti che si scontrano sulle proposte (ala socialista, neo keynesiani, ala radicale, ala liberal) ma che si riconoscono tutte nell’esigenza di un cambiamento strutturale. Basta dunque con i residuati bellici del Pci, con le scorie del socialismo craxiano, coi brontosauri democristiani, con gli antichi modernisti Prodiani, con le quinte colonne del clero (dalla Binetti a Fioroni passando magari per Rutelli..).
Per fare questo però sarebbe necessario che Bersani agisse come un vero comunista togliattiano (cosa che non è). Dovrebbe avere l’infinito coraggio di spazzare via la nomenclatura che lo ha sostenuto, venire a patti con Renzi riconoscendone la forza intrinseca e riassorbire Vendola e Sel dentro al partito. Forse un’impresa un po’ troppo difficile per l’uomo col sigaro, ma parafrasando la battuta che ha fatto Renzi, potrebbe fare una cosa che non riesce più neanche alla destra: provare a vincere. (Paolo Soglia)