Imola. Ogni volta in cui si parla di fotovoltaico la critica che viene fatta è sempre la stessa; dove li mettiamo tutti quei pannelli quando li tiriamo giù dai tetti? Ho sentito questa domanda decine di volte, nei bar come nelle università. Nell’immaginario collettivo il pannello fotovoltaico è un po’ come l’eternit di qualche anno fa, irrecuperabile, pericoloso per la salute, una minaccia. In realtà nulla di più sbagliato.

 

Partiamo da una riflessione sui materiali da cui è costituito un tradizionale modulo fotovoltaico. L’80% del suo peso è vetro. Vetro temprato, senza nessun trattamento particolare che non ne consenta un normale riciclo come il vetro delle bottiglie o di altri elettrodomestici di normale utilizzo. Il 10% del peso è invece rappresentato da metalli vari, principalmente alluminio e rame. Anche questi sono assolutamente recuperabili e riciclabili, oltre al fatto che la struttura rigida esterna del modulo può essere riutilizzata per costruire nuovi moduli. Il 2-3% è costituito dal silicio delle celle fotovoltaiche. Il cuore del pannello vero e proprio. Il silicio non è altro che sabbia, recuperabile al 100%. Inoltre i cinesi stanno procedendo ad una progressiva miniaturizzazione delle celle, per cui di silicio nei pannelli ce ne sarà sempre meno. Le uniche parti non riciclabili sono le colle utilizzate per tenere insieme i vari componenti e uno strato millimetrico di Eva (Etil Vinil Acetata) che altro non è che una specie di tovaglia impermeabile di plastica.

Qualche rischio si ha solo con i moduli al tellurio di cadmio. Ma sono una minoranza sul mercato visti i suoi costi più elevati rispetto al silicio classico. Il pericolo inoltre, si pone solo dopo aver grattato, frantumato e ingerito la polvere del pannello. Piuttosto improbabile.

 

Il modulo fotovoltaico è riciclabile quindi all’85-90%. Chi li ricicla i moduli? Ormai da qualche anno esistono numerosi “Consorzi di Recupero”, il più famoso dei quali è sicuramente PV Cycle. Si tratta di un’associazione internazionale senza fini di lucro che si occupa del recupero, riciclo e riutilizzo dei moduli fotovoltaici. 273 sedi in tutta Europa, di cui 87 in Italia.

Dal 2011 l’Unione Europea ha introdotto un obbligo affinché tutti i pannelli a fine vita vengano ritirati e recuperati da queste tipologie di consorzi. L’Italia ha immediatamente recepito questa norma e, a partire dal IV Conto Energia, chi fornisce i moduli per un impianto deve obbligatoriamente presentare al GSE (l’ente che eroga gli incentivi) un documento che attesti l’adesione del produttore del modulo ad un consorzio di recupero. Cosa vuol dire questo? Vuol dire che alla fine della vita dell’impianto (20-25 anni) ci sarà qualcuno che verrà a smontare gratuitamente i tuoi pannelli dal tetto e se li porterà via. Il guadagno di questi “recuperatori” sarà l’approvvigionamento a basso costo di materie prime seconde di ottima qualità.

 

La preoccupazioni per il riciclo dei moduli fotovoltaici è quindi un’inutile questione. Il fotovoltaico infatti non solo ci sta rendendo sempre meno dipendenti dal gas ad alto costo di paesi politicamente instabili ma sta di fatto creando un nuovo business, nuovi posti di lavoro connessi con il recupero, riciclo e riutilizzo dei moduli fotovoltaici. Un esempio molto interessante di un futuro proteso sempre più ad una sostenibilità ambientale, economica e sociale reale. (Denis Grasso)