Una giornata di ordinaria protesta

Giovedì 6 novembre 2012. Bologna, esterno, giorno.

Una bella mattina di dicembre. Cielo limpido, sole, freddo pungente e aria frizzante.

 

Risalgo via Zamboni verso le due torri. Vicino al Conservatorio incontro due ragazzi, uno dei due ha una bandiera rossa in mano, sono fermi a parlare con un ragazzo che ha chiesto un'informazione. Hanno l'aria di essere studenti in mobilitazione. In questa settimana sono state tante le occupazioni di scuole per protestare contro i tagli alla didattica e contro il governo che impone tasse e sacrifici insostenibili. Sono giornate convulse con scioperi e cortei in tutta Italia in un clima reso sempre più cupo dalla mancanza di soldi, di solidarietà, di comprensione. Ogni giorno cresce il livello di intolleranza verso le politiche stringenti del governo, da un lato risoluto per il rigore contabile e dall'altro, troppo timido quasi vergognoso per i tagli verso la politica e le spese dello Stato. Proseguo verso porta Ravegnana e intanto si moltiplicano le bandiere rosse della Fiom. Davanti alla Feltrinelli si raccolgono le firme sulla rappresentanza sindacale in fabbrica. La Fiom come si sa è stata punita per il suo cipiglio critico giudicato “troppo politico“ e lasciata fuori dalla porta, esclusa dalle trattative, in barba alla rappresentanza e alla democrazia.

 

Via Rizzoli è stracolma di eskimi,le facce sono tese sotto le berrette, il freddo pungente buca la pelle come tanti spilli. Qualcuno nelle prime file ha in testa un caschetto giallo da lavoro. Le ragioni per una protesta ci sono. Il giorno prima i sindacati avversi si erano accordati con Federmeccamica firmando un contratto bocciato dalla Fiom. Le note dei canti della resistenza si alzano nell'aria tersa del mattino carico di elettricità. Il palco del sindacato sta sotto la torre degl'Asinelli di fianco c'è un S.Petronio benedicente. Dall'altro lato del palco ci sono i carabinieri e la polizia. Stretti tra le autorità militari e religiose il palco pare una diga davanti al quale la fiumana di persone sta ferma in attesa del comizio. Ore 11.45 dal podio vengono diffusi i dati della partecipazione. Un successo. Tra i manifestanti alcune giovanissime militanti girano con fogli trozkisti in mano, Lotta comunista e Falce e Martello. Qualcuno compra molti sorridono alle ragazze carine senza comprare il foglio rivoluzionario. Forse troppo caro anche per i metalmeccanici che contano i centesimi che questa stretta sta infliggendo ai loro portafogli. Nessuno dei comizianti presenti sul palco che si alternano nominano i sindacati firmatari del contratto capestro, il piano di incremento della produttività: una manciata di euro( tassati ) in tre anni, e straordinari a discrezione degli imprenditori, senza preavviso. Questi sono i due pilastri sui quali l'Italia dovrebbe risorgere.Insomma se ne può parlare.

La rabbia dei lavoratori per i salari che non crescono con prospettive pensionistiche che si spostano avanti verso traguardi astratti si sommano alla delusione degli studenti e alla rabbia per un futuro che non vedono e orizzonti lavorativi che si riducono sempre di più. Il disagio aumenta e la precarietà avanza con conseguenze prevedibili. I risultati sono bassi salari, impoverimento ulteriore dei lavoratori, dei pensionati, dei giovani. Categorie già da tempo in recessione economica si preparano a subire un'ondata di rincari e tutte le disgrazie di una povertà che nemmeno un lavoro stabile può arginare per via di paghe scandalosamente basse.

 

I guru della finanza si pavoneggiano dall'alto dei loro tesori clandestinamente espatriati, ridono i loro complici politici che continuano a sperperare denaro pubblico fregandosene irresponsabilmente di tutti gli appelli alla moderazione. Di moderato, ovviamente, non c'è nulla. La politica balbetta incapace di mettere un freno alla devastante piaga dell'evasione fiscale. Le camorre e le mafie unite per il comune ladrocinio di un paese martoriato dalle emergenze continue ringraziano per la mancanza di una vera repressione. Al contrario, aumentano le collusioni, gli affari loschi che politici e mafiosi fanno insieme: ogni giorno è una via crucis di delazioni, di confessioni vere e fasulle, notizie segrete che in una democrazia non si capisce perché dovrebbero rimanere segrete, in una girandola di bugie e di pentiti che ormai nessuno riesce a capirci più niente.

 

La somma delle emergenze (alluvioni, terremoti, lavoro, ambiente, salute), per dirne solo alcune, sono la dimostrazione che nulla è mai stato programmato per gestire sensatamente gli affari pubblici. Decenni di finti trionfalismi, di fanfaronate mediatiche annuncianti miracolose ricette di cura, hanno dimostrato quanto siamo lillipuziani in economia e dei giganti nei bizantinismi da legulei, nella produzione di leggi personali, nella reticenza, nell'uso della menzogna come arma politica. È dagli anni ottanta che siamo messi da delirio, e il gioco delle finzioni è andato avanti fino a mostrare la vera trama di un tessuto che è andato oltre il logoramento, siamo al di là del principio di piacere, se non per i soliti. Per tutti gli altri si consumano le solite pene in un inferno che appare sconfinato. I miraggi di una facile ricchezza ha tolto alle persone il principio di solidarietà, ha tramutato le coesione sociale in una sconvolgente dissoluzione dello spirito di soccorso comune.

 

Quello che si sta scontando è un disastro epocale che in una democrazia matura sembrava essere scongiurato e ha paragoni solo in natura, per irreversibilità del danno, con lo scioglimento dei ghiacci, le eruzioni vulcaniche, il disastro di Chernobyl. Ora nemmeno una classe politica di santi francescani in perenne preghiera potrebbe aiutarci a scontare in Purgatorio le nostre perversioni finanziarie, il nostro delirio sperperatorio, le nostre false promesse, gli annunci di miracolosi cambiamenti.

 

La politica però non demorde. Respinge lo spettro di un taglio alle prebende, mantiene inalterati vitalizi, stipendi, auto di rappresentanza e si prepara a consumare tra qualche mese un rito elettorale che appare, nonostante i trionfalismi del centrosinistra come un pasto nudo, in un clima allucinatorio dominato ancora dal fantasma incatramato del cavaliere che tiene giustamente in ostaggio i suoi cortigiani e fa sabatoggio di ogni cosa che tocca. Deve trattarsi di una nemesi storica.

 

Crono che divora i suoi figli come nel quadro di Goya, nel nostro contesto italico prende le sembianze grottesche di un uomo di infima statura politica che giganteggia per vanità, supponenza, indecenza su una classe politica che ha dominato per vent'anni da populista, sia la sua parte che la parte avversa, ridicolizzandola con i suoi giochetti di prestigio.

 

È evidente che in un contesto populista, superficiale, amorfo in cui la politica per decenni ha prodotto chiacchiere, promesse mancate, inganni di ogni ordine e grado stringendo amicizie con la criminalità più pericolosa, le conseguenze sul piano sociale sono state devastanti, venendo a mancare l'unica cosa che la politica dovrebbe produrre: coesione, solidarietà sociale, crescita comune. Il risultato di queste eminenti prove di degrado è stato, marciume istituzionale, parassitismo endemico, brigantaggio finanziario. In questo guano istituzionale sguazzano giulive le oche della politica del disastro, riproponendosi come salvatori del paziente che hanno contribuito a mandare in coma confidando nella smemoratezza e nel facile adeguamento di un popolo aduso nei secoli a “ correre in aiuto al vincitore “ e che preferisce rubacchiare e divertirsi ballando sulle macerie delle regole che farne di nuove e rispettarle.

(Ivano Nanni)